Trovare la forza di guardare

La mostra personale di Fatma Bucak è un’indagine sull’identità, la memoria e le realtà di confine partendo dalla Turchia

Alla fondazione Merz di Torino è stata allestita la prima grande mostra in uno spazio museale italiano dedicata all’artista Fatma Bucak il cui titolo è So as to find the strength to see, un percorso pensato appositamente per gli spazi della fondazione che comprende fotografie, installazioni sonore e video, elementi scultorei e performativi. L’esposizione è il risultato di una coproduzione di due istituzioni: la Fondazione Merz e la fondazione Sardi per l’Arte di Torino e la curatela è di Maria Centonze e Lisa Parola, che ci racconta il percorso in mostra dell’artista.

Chi è Fatma Bucak?

«Fatma è un’artista di nazionalità turca, curda, che ha vissuto tutta la sua biografia fino a oggi in una dimensione di confine. Questo significa che la sua ricerca ci porta a osservare quella difficile linea mai troppo definita, soprattutto in questi anni, tra una dimensione geografica, politica ed economica, ma io direi anche esistenziale. Il lavoro di Fatma ci invita a cambiare posizione continuamente, a guardare da dove altri guardano, a discutere concetti come il confine, la democrazia, l’idea di conflitto, di identità, e farlo non solo in relazione alla sua identità curda e turca, ma anche rispetto a una posizione europea. Gli artisti in questi anni stanno girando molto in Europa e nel mondo occidentale in generale e, partiti per queste avventure artistiche e culturali, come nel caso di Fatma, con questa idea di democrazia forte, si scontrano con una democrazia fragile, schizofrenica, contraddittoria».

L’arte emerge, ancora una volta, come efficace mezzo di comunicazione politico?

«Come spesso accade nell’arte contemporanea, gli artisti in questi anni, soprattutto quelli nati tra gli anni ‘70 e ‘80, stanno documentando la realtà e le cornici che la circondano. A livello internazionale moltissimi stanno raccontando cosa è per loro la democrazia, spesso denunciano la violenza di Stato, parlano di diritti, spesso come denuncia. Quello che interessava Maria Centonze, me e le fondazioni che hanno promosso la mostra, era anche l’idea che Fatma non lavorasse solo sulla denuncia ma su una dimensione che è al contempo politica e poetica. Nel muoversi per la mostra tra le opere c’è una forte dimensione poetica che però apre un dubbio su dogmi e paradigmi che il mondo occidentale in questi anni ha pensato come fermi, quasi immobili».

Quali sono i mezzi con cui l’artista fa emergere queste tematiche?

«La mostra prima di tutto invita al silenzio. Dopo questi anni di grande comunicazione e di grande rumore la mostra invita al raccoglimento con degli spunti sonori. Quando ho incontrato Fatma, nel 2016, lei era in una residenza al Cairo; durante una conversazione lei mi raccontò che aveva paura non tanto di quello che vedeva quanto di quello che sentiva, dei rumori. Dunque in mostra sicuramente i suoni hanno un ruolo importante: spesso sono il risultato di violenze subite, per cui Fatma ha realizzato un’installazione sonora realizzata invitando le persone turche che durante la primavera araba avevano subito delle violenze, a portare con loro degli oggetti legati alla violenza subita. Questi oggetti vengono “suonati” e il risultato è una lunga colonna sonora di violenze senza sangue. E poi c’è il tema l’assenza, la scomparsa di persone, in una grande installazione prodotta specificamente per la mostra. Si tratta centinaia di catini da cui sembra di sentire centinaia di gocce. L’artista ha registrato, con l’aiuto di tecnici, il suono delle gocce che cadono in questi catini e ne ha messi in mostra un centinaio; è un’opera invisibile ma molto presente, il catino è ciò che contiene ma anche l’oggetto nel quale rimane l’acqua sporca. Dunque noi siamo accolti in mostra da questa installazione in cui domina il bianco, che si può attraversare, e si sente questa pioggia che Fatma ha descritto come “dare una presenza all’assenza”. Le persone che scompaiono durante gli eccidi e i colpi di stato sono numerose e credo che Fatma abbia documentato proprio questo numero che si ripete in mostra. Infatti c’è un’altra opera che documenta i 342 scomparsi durante il colpo di stato in Turchia negli anni ’80; si tratta di dare al numero il valore di una presenza che non c’è più, o di una assenza».

Quant’è importante il tema della memoria legato all’identità?

«Il tema della memoria è molto presente. Ovvio che essere curdi, avere una relazione familiare con questa identità è un elemento forte, al contempo però l’artista ci chiede di fare attenzione e pensare a questo Occidente sempre più militarizzato; come Parigi dopo l’attentato, in cui lentamente le armi hanno iniziato ad occupare lo spazio pubblico. Questo è un altro elemento su cui Fatma ci fa meditare molto, cioè non chiudersi semplicemente all’idea che esistono i luoghi dove le guerre avvengono ma aprirsi a una geografia, che comprende anche il nostro mondo, che nella quotidianità si sta lentamente aprendo alle armi e alla violenza».

 

Foto:Fatma Bucak, Enduring nature of thoughts, 2018, 122 catini smaltati, suono

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