Le promesse e i vincoli

Al di là del governo che prenderà forma, l'Italia dovrà rinegoziare il debito pubblico per poter cullare una speranza di ripartenza
 

I vincitori delle ultime elezioni italiane hanno fatto promesse impegnative. Il Movimento 5 Stelle ha proposto il “reddito di cittadinanza” – in realtà un sussidio di disoccupazione, a tempo e condizionato. La Lega ha proposto la Flat Tax, imposta sui redditi con aliquota unica (o al massimo due). Aggiungiamo la revisione della riforma Fornero e altre misure: il “contratto di governo” siglato da Lega e M5S, e superato dagli eventi, non indicava coperture sufficienti, per cui si stimava un maggiore deficit di almeno 100 miliardi di euro.

Il deficit pubblico è formato dall’avanzo (o disavanzo) primario (tasse meno spesa pubblica) e dalla spesa per interessi. Dal 1992 (tranne che nel 2009) l’Italia ha sempre avuto avanzi primari, cioè le entrate fiscali hanno superato la spesa pubblica (altro sarebbe discutere sulla qualità della spesa, o sulla piaga dell’evasione fiscale, da noi maggiore che altrove). Il deficit dipende, così, dalla spesa per interessi: spesa che è l’eredità degli sprechi del passato, ma è anche condizionata dalla politica della Banca Centrale europea, e da fattori speculativi (tra cui l’andamento dello spread, il differenziale di rendimento tra titoli pubblici italiani e tedeschi). Il debito pubblico, invece, è la somma dei deficit pubblici accumulati negli anni. Il rapporto tra debito pubblico e PIL nel 2016 era del 132%. Quest’indice nel 2007 era al 99,7%, in discesa da 15 anni, ed è tornato a salire con la Grande Crisi, e con le politiche di austerità adottate dall’Unione Europea. Se il PIL diminuisce o cresce poco, infatti (l’austerità ha sempre effetti recessivi) il rapporto debito/PIL aumenta, per quanti sforzi “virtuosi” si facciano.

In realtà, non esiste una soglia sopra la quale il debito pubblico porti un paese alla bancarotta (il Giappone è al 238%). La questione è politica: come paese membro dell’Unione Europea e dell’area euro, siamo vincolati da accordi (Maastricht, fiscal compact) che impongono di mantenere il rapporto deficit/PIL sotto il 3%, e di rientrare entro 20 anni a un rapporto debito/PIL del 60% (che nessun paese ha, neanche la Germania). In questa situazione, qualunque politica economica si muove su un sentiero molto stretto. Specialmente in periodo di recessione, o di ripresa stentata, sarebbe importante disporre dello strumento del deficit pubblico, per Welfare, scuola, sanità, ricerca, infrastrutture (non Grandi Opere inutili), riassetto del territorio. Invece, mentre un bilancio europeo ancora non esiste, i bilanci nazionali non hanno più a disposizione – o quasi – lo strumento keynesiano del deficit. Così la rabbia dei cittadini monta, e si indirizza verso l’idea di Europa in generale, nell’illusione che tornare alle “piccole patrie” faccia sparire i problemi. È la direzione che hanno preso molti paesi dell’Europa centrale (Ungheria, Polonia, Cechia, Austria), corredata da xenofobia e autoritarismo. Ma anche nell’Europa ricca – Germania, Olanda, Finlandia - cresce la tentazione di sganciarsi dai “mediterranei fannulloni”.

Solo due paesi – entrambi con governi di sinistra - hanno provato a sfidare i diktat dell’austerità senza regredire nel nazionalismo, con esiti opposti. La Grecia è andata allo scontro frontale chiedendo una rinegoziazione del debito, è stata sconfitta (anche per la scarsa solidarietà ricevuta) e ha dovuto adempiere a condizioni di rimborso appena meno draconiane di quelle che aveva rifiutato. Il Portogallo si è mosso all’interno dei parametri, ma cercando di far pagare di più i ricchi e di difendere il Welfare, con risultati parziali ma positivi. Si tratta del meglio che si possa ottenere nella situazione attuale, nella quale il populismo crea instabilità e conflitti, ma le politiche d’austerità non offrono alcuna speranza o prospettiva per il futuro. E le cose possono anche peggiorare: se le ondate speculative di inizio decennio non hanno travolto l’Euro, è grazie alla politica del Quantitative Easing (acquisto di titoli pubblici sul mercato secondario) della BCE. Una politica che è destinata a finire prima o poi, magari nel 2019, con la scadenza del mandato di Draghi. In tal caso torneranno al pettine tutti i nodi irrisolti dell’architettura finanziaria europea, e rischieranno di prevalere le spinte centrifughe. L’unica alternativa sarà riprendere un serio discorso di rinegoziazione e mutualizzazione del debito (le proposte non mancano), nell’interesse di tutti, prima di tutto degli ultimi (altro che “prima gli italiani”).

Perché questo discorso prenda forza, occorre che emerga una vera opinione pubblica europea, che contesti la politica dominante, in nome della giustizia sociale globale e non degli “interessi nazionali”. Anche le chiese, nel loro piccolo, dovrebbero fare la propria parte.

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