«Le radici, un antidoto alla dimenticanza»

La “colonia” valdese di Valdese, nel North Carolina, ha festeggiato 125 anni pochi giorni fa

«Nel 1893 un gruppo di famiglie provenienti dalla val Germanasca, nelle valli valdesi, venne convinta a trasferirsi definitivamente in Nord America». Comincia così la storia un po’ più che centenaria di Valdese, la cittadina del North Carolina che della minoranza religiosa ha preso il nome, inizialmente «Colonia dei piemontesi valdesi in Nord Carolina». Se l’emigrazione non era un tema nuovo nella storia del popolo valdese, «il progetto era particolare perché sponsorizzato dalla Tavola valdese, era un’emigrazione voluta, mirata all’interno di un territorio, con lo scopo di fondare una colonia agricola nelle grandi terre semidisabitate del Nord Carolina, che avrebbero dovuto ospitare famiglie provenienti da queste valli e sarebbero diventate il centro della più grande comunità valdese in Nord America».

A raccontare, ai microfoni di Radio Beckwith evangelica, è Luca Pilone, che alla storia delle emigrazioni valdesi negli States ha dedicato molti studi, confluiti nel libro «Radici piantate tra due continenti». L’emigrazione valdese negli Stati Uniti d’America (ne avevamo parlato qui).

Nata come colonia agricola, Valdese si converte presto ad attività più adatte al territorio: «dopo due-tre inverni durissimi, i coloni vanno a imparare il mestiere nelle numerose fabbriche tessili dei dintorni e impiantano a Valdese manifatture di vari prodotti (tessuti, calze, intimo) che sono state la spina dorsale della cittadina fino agli anni Duemila. Per dare un’idea, una delle aziende più antiche, fondata nel 1901 da due fratelli provenienti da Prali (che purtroppo ha chiuso nel 2016) aveva prodotto i tendaggi usati nella cerimonia del secondo insediamento del presidente Obama, che aveva scelto appositamente produzioni artigianali di alto livello».

 In questo anniversario importante, spiegano Pilone e Sabina Baral, per la segreteria della Tavola valdese, la comunità presbiteriana della città ha organizzato un ricco calendario di eventi, a cui hanno partecipato anche storici e pastori valdesi anche dall’Italia, «non soltanto per ricordare l’evento, ma per tirare le somme sul significato di essere discendenti di quei primi coloni, essere “valdesi” oggi, in particolare in Italia e in Sud America».

 

Questo è stato il tema del punto culminante delle manifestazioni, il simposio storico Le quattro facce dell’essere valdese, tenutosi il 1°-2 giugno, al quale hanno preso parte come relatori quattro storici, rappresentanti di quattro diversi paesi: Gabriel Audisio dalla Francia, Javier Pioli da Uruguay e Argentina, il pastore Claudio Pasquet dall’Italia (inviato dalla Tavola valdese, presente a Valdese insieme al prof. Daniele Garrone per la Facoltà valdese di Teologia) e Albert De Lange dalla Germania.

L’obiettivo dunque «non è stato solo di ripercorrere le varie vicende dei valdesi finiti nel Quattrocento nel Lubéron, nel sud della Francia, o alla fine del Seicento in Germania, ma cercare di capire il senso dell’essere valdesi oggi, cercando di creare delle strategie per non lasciare morire questi ponti, mostrare come queste radici possono essere un antidoto alla dimenticanza e una buona medicina per capire che la grande famiglia valdese travalica i confini».

Spesso ci chiediamo come rinnovarci, come scoprire il nuovo, commenta Baral, «la vera novità spesso non sta nel futuro ma nelle nostre radici, che potremmo rivisitare creativamente, guardando il nostro passato avremmo un bagaglio preziosissimo, una linfa vitale da cui attingere».

«L’idea del simposio non è tanto una rievocazione di una mitologica età dell’oro, ma risponde alla volontà di portare soluzioni concrete alla gente di oggi, cercando di capire che cosa vuol dire effettivamente essere pronipoti di emigranti valdesi, arrivati in terre diverse da loro con una cultura con elementi confliggenti…», commenta ancora Pilone. Il richiamo alla storia passata presenta inattese affinità con l’oggi, prosegue citando un significativo aneddoto: «Alcune comunità presbiteriane di Valdese, venute a sapere che stavano per arrivare questi emigranti italiani indissero domeniche di preghiera per fare affondare la nave… tutto cambiò quando i valdesi arrivarono, accompagnati dal pastore Carlo Alberto Tron, e la prima cosa che fecero scendendo dal treno fu cantare un salmo in francese, la cui melodia era ben conosciuta dalla chiesa locale. Gli abitanti, pronti a scacciarli con le forche, dovettero ricredersi. Pochi mesi dopo, si resero conto che quegli italiani “invasori” erano arrivati per lavorare, ed erano come loro… letta oggi, sostituendo la parola “italiano”, purtroppo ritroviamo una situazione molto attuale…».