Accogliere anche per il bene della chiesa

Il presidente della Chiesa evangelica greca, pastore Meletis Meletiadis, è stato protagonista di uno degli interventi più significativi nel corso dell'assemblea della Conferenza delle chiese europee, esponendo il grande sforzo nell'aiuto ai migranti della piccola comunità protestante in Grecia 

La chiesa evangelica in Grecia (Gec) rappresenta appena lo 0,04% della popolazione greca (circa 5 mila persone), ma un po' come le chiese protestanti in Italia, in questi anni è stata in prima linea nel far fronte ai giganteschi flussi di persone in fuga dal Medio Oriente devastato dalle guerre.

Meletis Meletiadis, pastore a Volos e attuale presidente della Gec, è stato protagonista di uno degli interventi più significativi nel corso dell’Assemblea generale della Kek, la Conferenza di chiese europee, che si è conclusa ieri a Novi Sad, in Serbia.

«C'è un solo motivo per questa nostra scelta: il Signore Gesù Cristo. Nessun altro fattore avrebbe potuto motivarci ad avviare e mantenere un'ospitalità impegnativa da più di tre anni, sia al Porto del Pireo che a Idomeni o nei vari campi o nelle città dove attualmente risiedono molti di costoro: è la chiamata di nostro Signore ad amare gli “ultimi della nostra società" che ci ha mosso.L'altruismo umano e la filantropia avrebbero potuto portarci fino a un certo punto, ma non così lontano. Se non fosse stato per Gesù Cristo e per la Sua chiamata ad amare gli inamabili e ad essere i Suoi testimoni, nessuno di noi si sarebbe rivolto a guardare a questi "intrusi" nella nostra terra, a un popolo di diversa religione, cultura e lingua».

Una "minaccia" secondo alcuni, per l’Europa quella dei migranti, ma le parole del pastore Meletiadis segnano una scelta di campo: «E’ stata la domanda costante e sobria di Dio, che chiedeva una risposta da noi: "Dov'è tuo fratello?" (Gen. 4,9) che non ci ha permesso di continuare nella nostra passività religiosa solitaria, mentre tanti bussavano alla nostra porta. E’ stata la Sua chiamata a essere noi le Sue mani, i Suoi piedi e le Sue braccia aperte e a offrire noi stessi, le nostre risorse, le nostre case e le nostre chiese, per alleviare il loro dolore causato dalla guerra infernale entrata nelle loro vite. E’ stata l'istruzione di Paolo a Tito di insegnare ai credenti a "continuare a fare opere buone che sono utili per agli uomini" (Tito 3,8). Abbiamo creduto che la Chiesa dovesse essere lì e fare del suo meglio».

Si tratta probabilmente della maggiore sfida per le chiese del nostro tempo quella dell’accoglienza dei rifugiati, politici, sociali, per motivi ambientali e «La responsabilità di accogliere i rifugiati non è un obbligo protestante, né ortodosso o cattolico. È un obbligo cristiano. Di conseguenza, è stato importante per noi accogliere queste persone nel nome della Chiesa cristiana e non nel nome della nostra particolare comunità ecclesiastica.Non siamo ingenui nel dimenticare le nostre scandalose divisioni, tuttavia questa è una nostra questione interna che poco interessa a chi ha ben altre urgenze. Nei loro confronti era importante offrire l'amore della Chiesa cristiana. E, naturalmente, non avremmo potuto farlo senza l'aiuto, specialmente l'aiuto finanziario, di altre Chiese, come la Chiesa evangelica della Germania. Siamo stati in prima linea, ma molti altri erano dietro noi, pregando e sostenendoci in questi sforzi».

Un esempio di quanto si possa fare, seppur avendo un ruolo apparentemente marginale nell’ambito della propria società, e una scossa per l’intera Chiesa evangelica greca: «Sì, i rifugiati sono stati accolti dalla Chiesa e per il bene della Chiesa. Ma non solo. Siamo stati anche motivati ​​ad accogliere queste persone per il bene del nostro amato continente: l'Europa.Per molti di loro, l'Europa si identifica con il cristianesimo e nella loro memoria collettiva ricordano il comportamento non cristiano degli europei nelle loro terre, sia nel lontano passato che negli ultimi tempi. Quindi, per noi era importante, dato che eravamo il primo paese europeo cristiano in cui stavano entrando, non solo dissipare gli stereotipi negativi del nostro continente, ma rimpiazzare tutto ciò con una narrativa cristiana di una generosa e amorevole ospitalità. Volevamo che la loro prima esperienza europea fosse accogliente, amichevole, rispettosa, dignitosa. Quindi sì, i rifugiati sono stati accolti dagli europei e per il bene dell'Europa».

Tutto ciò in una nazione, la Grecia, alle prese in queste anni con la spaventosa crisi economica che tutti conosciamo e che ha messo letteralmente in ginocchio il paese.

«Dal 2009 la mia gente ha attraversato un periodo molto difficile a causa delle misure di austerità economica che sono state attuate. Se ciò non bastasse, dal 2015 siamo stati chiamati ad accogliere oltre un milione di rifugiati. Eppure, nonostante le nostre difficoltà, noi, insieme a innumerevoli greci, sentivamo che i nostri problemi economici non avrebbero dovuto scoraggiarci né servire da alibi nel non accogliere queste persone.Come paese non abbiamo avuto nulla a che fare con le guerre in Siria e in Iraq, ma dall'inizio del 2015 siamo stati chiamati a pagare un alto prezzo nell'accogliere le innumerevoli ondate di profughi causati da quelle guerre. Tuttavia, non ci siamo concentrati su ciò, ma piuttosto sul dolore delle persone in fuga dalle guerre e abbiamo voluto aiutare il nostro paese a trattare queste persone con decenza e rispetto.Quindi, l'abbiamo percepita come una grande opportunità per mostrare al mondo e soprattutto all'Europa, che nonostante le nostre enormi difficoltà economiche, possiamo rimanere umani e accogliere gli oppressi. Per cui si certo, i rifugiati sono stati accolti dai greci e per il bene della Grecia».

 

Foto: fonte Kek

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