Un festival per i diritti umani

Sul delta del Po la musica, l’arte visiva, il teatro, il cinema, la danza, si uniscono e diventano Arte per la libertà

Spesso c’è il rischio di legare l’arte indipendente e il discorso sui diritti umani a delle nicchie di pubblico; lo scopo del festival Arte per la libertà è proprio sfatare la tendenza cercando di portare questi messaggi a un pubblico più vasto ed eterogeneo possibile. Il programma, in effetti, preannuncia proprio questa volontà già a partire dalla collaborazione con le scuole delle province di Rovigo e di Padova, con dei laboratori e percorsi attraverso i quali i ragazzi hanno sperimentato come l’arte possa essere uno strumento di promozione dei diritti umani. Sono stati inaugurati dei murales che hanno dato colore e significato a molti territori e che saranno anche l’oggetto di alcune “cacce al tesoro” che porteranno movimento in queste zone. Tra fine giugno e la metà di luglio ci saranno tre rappresentazioni teatrali per parlare di due temi in particolare: l’identità femminile e i muri, in particolare quello di Berlino. È stato prodotto un film realizzato nelle varie province e la musica sarà protagonista attraverso eventi molto diversificati, in alcuni casi legata alla presentazione di libri o eventi turistici. Dal 19 al 22 luglio tornerà anche il festival musicale Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty con gli otto finalisti in concorso, il premio Amnesty Italia a Brunori Sas, ospiti, performance e mostre. Il festival diffuso per i diritti umani è partito ad aprile e andrà avanti fino a fine luglio. Ne parla il direttore artistico Michele Lionello

Com’è nato il festival?

«Formalmente è nato l’anno scorso con alle spalle l’esperienza di altri due festival: Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty, che quest’anno giunge alla sua ventunesima edizione, e DeltArte – Il delta della creatività, un festival di arte contemporanea sul delta del Po. Abbiamo deciso di creare un unico cartellone rivolto al tema dei diritti umani e della creatività in cui tutte le forme d’arte, non solamente la musica e l’arte contemporanea, ma anche il cinema, il teatro, la fotografia, le performance, la danza, sviluppassero la creatività a favore dei diritti umani».

Nonostante i tempi e le necessità cambino, la vostra esperienze vede realtà diverse e istituzioni collaborare per la promozione del messaggio legato ai diritti umani. È il segnale di una tendenza che rimane positiva?

«Assolutamente si, ed è anche nostra cura fare in modo che non siamo noi i protagonisti degli eventi che organizziamo. Credo che la storia del festival sia riuscita ad andare avanti proprio grazie alle collaborazioni e alla rete con le amministrazioni, le associazioni, gli altri enti, i media partner che si è creata. Questo negli ultimi anni è risultato vincente anche per alcuni bandi di finanziamento».

Spieghiamolo meglio: perché usare l’arte per promuovere i diritti umani?

«Pensiamo che sia uno strumento potente che può arrivare non solo alla mente ma anche al cuore delle persone nel creare emozioni che portino a riflettere su determinati temi, che sia un’espressione artistica di denuncia o di promozione dei diritti umani. Il punto è che arriva direttamente a chi guarda o ascolta. Ci sono momenti altalenanti nel rapporto con il territorio, con i cittadini e le istituzioni con cui non è sempre facile riuscire a condividere uno sguardo che va al di la del quotidiano e che mira ad effetti a lungo termine. Il nostro scopo è far comprendere come l’arte legata ai diritti umani non sia solo un discorso di valori, ma uno strumento di promozione del territorio, uno strumento di cambiamento delle comunità e mirato anche all’accoglienza di altre comunità attraverso la cultura».

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