La Giornata del rifugiato al tempo di Salvini

Anche una Federazione di chiese ha il dovere di richiamare, se non all’umanità, almeno alla legge

Il 20 giugno ricorre la Giornata del Rifugiato indetta dalle Nazioni Unite per ricordare l’approvazione della Convenzione di Ginevra del 1951 che impegna gli Stati che l’hanno sottoscritta a garantire protezione  a «chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato».

Dopo le leggi razziali, le persecuzioni degli ebrei, dei testimoni di Geova e di altre minoranze e gli orrori della II Guerra mondiale, l’approvazione di quel testo, insieme alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, segnò uno dei punti più alti della cultura giuridica e democratica dell’Occidente, primariamente degli Stati Uniti e dell’Europa. Altri stati si sono aggiunti successivamente, sino alla quota attuale di 145 nei vari continenti.

Quest’anno la Giornata cade nei primi giorni del Governo Conte che, come risulta dalle cronache dei giornali, dà un eccezionale spazio al ministro dell’Interno Matteo Salvini che ha subito chiarito che, con lui al Viminale, «finiva la pacchia per i clandestini». Immaginiamo che il Ministro non intendesse riferirsi ai rifugiati che hanno pieno titolo di permanenza in Italia né ai richiedenti asilo in attesa della conclusione del loro processo di riconoscimento. La legge li tutela e, invocarne la rottura, sarebbe un gesto semplicemente eversivo.

Ma chi sono allora i «clandestini»? Immaginiamo coloro che non hanno titolo per restare o per arrivare in Italia e, infatti, il ministro «ha aperto il fuoco» contro le Ong che svolgono attività di search and rescue nel Mediterraneo, manifestando con chiarezza la sua intenzione di «chiudere i confini».

Il problema è che i rimpatri, i blocchi navali e i respingimenti non sono così facili da realizzare e, soprattutto, non possono cancellare la lettera e lo spirito di un articolo fondamentale della Convenzione: «nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche» (art.33).

Tutto questa entra nella Costituzione italiana attraverso l’articolo 10 che afferma che «lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge».

Siamo certi che il ministro Salvini e quanti si allineano alle sue posizioni conoscono perfettamente questa normativa ed abbiano chiari i limiti che non potranno superare senza contraddire la legge e i Trattati che l’Italia ha sottoscritto. Oltretutto non è compito primario di una chiesa o di una Federazione di chiese richiamare ai decisori politici le norme alle quali hanno giurato di attenersi. Eppure in questo 20 giugno 2018, è questo che ci sembra di dover fare. Mentre nelle chiacchiere dei mille bar dello sport la si spara grossa invocando di rimandarli «tutti a casa perché non ne possiamo più di mantenerli» – gli immigrati, e chi altro?; o si dà sfogo al peggiore razzismo magari con gli striscioni che in dialetto bresciano urlano che «Balotelli è più stupido che negro», anche una Federazione di chiese ha il dovere di richiamare, se non all’umanità, almeno alla legge.

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