Unione europea, montagne e topolini

La grande attesa per il Consiglio europeo del 28 giugno si è tradotta prima in un duro scontro tra l’Italia e gli altri Paesi dell’Unione e infine in un accordo che, al netto degli annunci, non modifica la situazione

Niente di nuovo sul fronte europeo. Dopo una notte di trattative, alle 4:30 di venerdì 29 giugno i capi di Stato e di Governo dell’Unione europea hanno sottoscritto le conclusioni della prima giornata del vertice del Consiglio europeo di Bruxelles, firmando un documento che contiene un parziale accordo sulle politiche migratorie comunitarie. Il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, che aveva minacciato di porre il veto a tutte le altre conclusioni se non si fosse trovata un’intesa sulle migrazioni, ha salutato l’accordo ritenendolo un successo e ha affermato che «ora l'Italia non è più sola». Arrivare all’intesa tra i 28 Paesi membri dell’Unione ha richiesto 13 ore di negoziati, segnate da discussioni, rotture e ricomposizioni, coronate poi da un documento che prevede sostanzialmente un impegno “su base volontaria” a una gestione più condivisa del flusso di persone in arrivo dalla Libia lungo la rotta migratoria del Mediterraneo.

Sul tema delle migrazioni il documento finale non introduce modifiche concrete al sistema di regole con cui viene gestito il fenomeno all’interno dell’Unione europea, ma si limita a fornire ai Paesi di primo ingresso, soprattutto Italia e Grecia, alcune rassicurazioni e prese d’impegno che il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha messo in dubbio affermando «non mi fido delle parole» e aggiungendo «vediamo che impegni concreti ci sono perché finora è sempre stato ‘viva l’Europa viva l’Europa’, ma poi paga l’Italia. Vediamo che principi, che soldi e che uomini ci sono».

Al punto 5 delle conclusioni si parla di «un nuovo approccio basato su azioni condivise o complementari tra gli Stati membri per lo sbarco di coloro che sono salvati nelle operazioni di ricerca e salvataggio» e si invitano il Consiglio dell’Unione europea e la Commissione a «esplorare rapidamente il concetto di piattaforme regionali di sbarco, in stretta cooperazione con i paesi terzi interessati e con Unhcr e Oim. Tali piattaforme dovrebbero operare distinguendo le situazioni individuali, nel pieno rispetto del diritto internazionale e senza creare un fattore di attrazione». Nel punto successivo, si aggiunge poi che si prevede, o più precisamente si auspica, la creazione di nuovi “centri controllati” nell’Unione Europea, un termine scelto per non utilizzare la definizione di hotspot, che non piace a molti Paesi e che rimanda ai centri aperti in Grecia e Italia tra 2015 e 2016, ma la cui sostanza non cambia. Inoltre, secondo il documento l’apertura dei centri avverrebbe «su base volontaria, un concetto ribadito poi anche per «tutte le misure nel contesto di questi centri controllati, compresi il trasferimento e il reinsediamento, fatta salva la riforma di Dublino».

Secondo Conte, l’ipotesi che questi centri vengano aperti in Italia «è una decisione che ci riserveremo a livello governativo in modo collegiale. Direi che non siamo assolutamente invitati a farlo». Di parere opposto il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, che ha affermato che le conclusioni del Consiglio europeo permettono a Italia e Grecia di installare campi chiusi. Sulla stessa linea il presidente francese Emmanuel Macron, uno tra i protagonisti della mediazione durante la notte, secondo cui «i centri vanno fatti nei Paesi di primo arrivo».

Verso la fine del testo dell’accordo, vengono poi citati i movimenti secondari, ovvero gli spostamenti di richiedenti asilo in Paesi europei diversi da quello in cui hanno presentato la propria domanda di protezione, che secondo il Regolamento di Dublino coincide con il Paese di primo ingresso. «I movimenti secondari – si legge al punto 11 – mettono a repentaglio l’integrità del sistema di immigrazione europeo e l’area di Schengen», aggiungendo che «gli stati membri dovrebbero prendere ogni provvedimento legislativo e amministrativo per contrastarli». Su questo punto, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha affermato che «abbiamo ancora molto lavoro da fare per superare le divisioni», tanto in Europa quanto in Germania.

Nessun dubbio invece sul rafforzamento delle frontiere esterne, ribadito nel primo punto del testo finale, a cui si accompagna l’impegno per «attuare pienamente l’accordo tra Unione europea e Turchia, prevenire nuovi attraversamenti dei confini dalla Turchia e bloccare i flussi». Più contraddittoria è invece la strategia per lo sviluppo in Africa. Mentre al punto 8 si sostiene che servano più aiuti ai Paesi poveri del continente africano, nel passaggio precedente si tagliano 500 milioni di euro dall’Edf, il fondo europeo per i paesi poveri, per trasferirli al Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa, lo stesso con cui viene finanziata la Guardia costiera libica.

In questo documento, che al di là delle dichiarazioni non sembra soddisfare nessuno se non i Paesi del Gruppo di Visegrád, spiccano due assenze, parziali o totali: le quote di redistribuzione dei richiedenti asilo nello spazio Schengen e le riforme del Regolamento di Dublino e del Regolamento Procedure. Mentre le quote non vengono proprio citate, per i regolamenti si rimanda a ottobre ogni discussione, affermando però che «è necessario trovare un consenso per riformarli sulla base di un equilibrio di responsabilità e solidarietà, tenendo conto delle persone sbarcate in seguito a operazioni di ricerca e salvataggio». La strada dell’unanimità, stretta e accidentata, per ora non sembra in discussione, ma questo significa che lo scontro sui pilastri dell’accoglienza europea è soltanto rimandato.

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