170 anni di Eco delle Valli Valdesi

Dal sogno di Meille al giornale gratuito e al mondo del web. Intervista con il pastore Giorgio Tourn

Il 13 luglio 1848, l’anno delle Lettere Patenti e dei diritti civili per i valdesi, usciva il primo numero dell’Echo des Vallées Vaudoises, il cui nome vive ancora oggi come supplemento di Riforma. Per Giorgio Tourn (pastore e nel corso degli anni ‘70 direttore dell’Eco delle Valli Valdesi), l’Echo, è stato un sogno. Un sogno figlio del 1848. Bisogna quindi contestualizzare, capire che cosa stava succedendo in quegli anni.

«Pensate a un giovane di Rodoretto, di Bobbio Pellice, chiamato alle armi nel marzo del ‘48 – spiega Tourn –, mandato a combattere e a morire a Peschiera o nelle zone vicine, per una guerra contro l’Impero asburgico. Cercate di capire che dopo Napoleone le guerra non aveva più toccato le genti delle nostre valli. Quindi la chiamata alle armi arriva da un giorno all’altro: poco si sapeva, poco si conosceva. Oggi, quando vediamo un africano per strada sappiamo tutto, siamo informati, siamo a conoscenza di quello che sta succedendo, del cambiamento epocale che sta avvenendo. In quegli anni no, le notizie non circolavano. Quindi il 1848 per le valli valdesi vuol dire sì Lettere Patenti ma anche guerra».

In questo contesto il pastore Jean-Pierre Meille si inventa un giornale, quello che ancora oggi vive e che, con le dovute trasformazioni e adeguamenti, compie 170 anni. Nel primo numero non si fa cenno a che cosa sia il giornale. Non c’è nemmeno una sorta di dichiarazione programmatica; la sensazione è quella di un qualcosa atteso. E si entra subito nel vivo...

«È vero, non c’è nessuna dichiarazione d’intenti – continua Tourn –, ma ciò che viene pubblicato vale più di mille parole. Il primo articolo ricorda il rogo, in piazza Castello a Torino nel 1558, del pastore Gioffredo Varaglia. È quindi chiarissimo il legame con la storia, che segna da sempre il popolo valdese, o meglio, come vedremo in seguito, la “famiglia valdese”. E che altro troviamo? Un articolo che riguarda la partecipazione al Corpus Domini, a Luserna, della Guardia nazionale, convocata e “consigliata” a parteciparvi. E ancora: notizie dalle altre parti di quella che diventerà l’Italia e dal resto dell’Europa (nouvelles religieuses e nouvelles politiques). Immaginate che cosa ha significato per i lettori delle Valli, che di carta stampata non ne avevamo mai vista molta (giusto le Bibbie, i Catechismi, il libro dei cantici), ma sicuramente molta di più di quella che si poteva trovare in molte altre zone».

Il terreno era quindi fertile per l’Echo?

«Certamente. Della nascita di questo giornale si può dire che mette a fuoco un sentire indistinto, un bisogno indistinto. Un sentire che non proviene dalla Chiesa ma dal popolo. Meille e l’Echo si formano all’interno del Collegio valdese di Torre Pellice. Il giornale diventa un luogo di confronto, di discussione. Nel corso dei decenni a volte è in anticipo sui temi discussi al Sinodo, altre volte invece ne raccoglie l’eredità e li sviluppa. Uno strumento che diventa importante per quella che è la “famille vaudoise”».

Famille vaudoise, che qui va intesa in un senso particolare, sono le due parole che si leggono nel sottotitolo della testata (che quindi si colloca in un particolare territorio) legate a un verso della Nobla Leyczon, uno degli otto poemetti valdesi medievali – e anche qui è forte il riferimento alla storia. Che cos’è la famiglia valdese?

«È quella storica, quella del passato – aggiunge Tourn –. È “tutto il mondo valdese”, e quindi il giornale, che tocca gli intérêts della famiglia valdese, tocca la vita quotidiana. Parla delle Guerre d’Indipendenza ma anche di una giovane pastora di pecore di Prali che perde la vita: argomenti che oggi diremmo “creano una rete”, mettono in contatto esperienze diverse ma con una base comune, quella appunto della famiglia. C’è partecipazione, coinvolgimento e istruzione. Attraverso le righe del giornale passano nozioni che altrove non si possono trovare, come quelle legate alla cura dei bachi da seta, fonte di sostentamento per interi territori alpini come il nostro. Il giornale, in una delle sue battaglie, spiega ai lettori il significato della libertà, che non è quello di ubriacarsi tutte le domeniche… il giornale è strumento (e dopo di lui ci saranno i régent a ricoprire questo ruolo)».

E oggi? La famiglia si è allargata, il giornale è anche delle chiese metodiste e battiste... «Il mondo cambia a una velocità incredibile rispetto al passato. Il giornale deve adeguarsi, deve rispondere alle esigenze di oggi, bisogna insistere anche se costa fatica, non bisogna “ammainare la bandiera”, bisogna ancora essere un luogo di confronto, uno strumento che mette in contatto la “famiglia”, le offre uno spazio di confronto. Nel futuro si cambierà ancora, cambierà la forma del giornale ma deve mantenersi la sostanza».

La pagina Facebook del Patrimonio culutrale valdese oggi rende omaggio alla figura del pastore Meille, come potete vedere cliccando qui.

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