Il sessismo nelle comunità di fede

Intervista alla teologa Letizia Tomassone in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, una ricorrenza istituita ormai quasi dieci anni fa dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tramite la risoluzione 54/134. Per approfondire come le chiese protestanti lavorano su questo tema abbiamo intervistato la pastora Letizia Tomassone, coordinatrice dei corsi di Studi femministi e di genere presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma e componente della Commissione per il dialogo interreligioso della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei).

Lei insegna “Studi femministi e di genere” presso la Facoltà valdese di Roma. Cosa significa inserire questa materia in un corso di studi teologici?

La Facoltà valdese ha accolto sin dagli anni ‘90 queste tematiche che sono state proposte dalle teologhe italiane e dalle pastore e per molti anni ha organizzato corsi puntuali di Women’s Studies. Nel 2010 il Sinodo dell’Unione delle chiese metodiste e valdesi ha finalmente deciso che questo insegnamento dovesse diventare curriculare, e quindi essenziale, per chi si prepara al ministero pastorale. La teologia cristiana è uno di quegli elementi attraverso cui è passata la doppia morale che ha costretto le donne alla sottomissione e al silenzio e quindi studiare la teologia dal punto di vista delle donne implica farne una critica radicale.

Il titolo del suo corso di quest’anno è “#MeToo,#ChurchToo: strategie di superamento del sessimo nelle comunità di fede”.

Negli Stati Uniti, dopo il diffondersi del #MeToo, è nato un movimento analogo sul versante ecclesiastico, #ChurchToo, perché non si poteva immaginare che nelle chiese gli abusi e le violenze non esistessero. Sono state raccolte testimonianze di donne e minori che hanno subito molestie all’interno delle chiese protestanti. È stata un’analisi dolorosa, in continuità con il Decennio delle chiese in solidarietà con le donne promosso dal Consiglio ecumenico delle chiese (Cec),  che aveva già messo in risalto questa terribile realtà. Le pratiche e le giustificazioni delle violenze sulle donne sono purtroppo diffuse anche all’interno delle chiese protestanti ma oggi non le accettiamo più. #ChurchToo vuole mettere in evidenza che le chiese affrontano in un modo nuovo, con franchezza e trasparenza, questa tematica.

Quali sono i criteri con cui #ChurchToo tratta il tema della violenza contro le donne?

Il primo livello è quello del piano strettamente teologico. Infatti alcuni temi teologici sono stati utilizzati per mantenere le donne nella rassegnazione e nel silenzio. Penso all’esempio della vittima espiatoria: Gesù sulla croce è stato a lungo indicato come modello per la sopportazione della violenza. È ovviamente inaccettabile, e oltretutto nel mondo protestante non esiste l’idea della ripetizione del sacrificio di Cristo. C’è poi un secondo livello che è quello della pastorale e cioè degli strumenti che le chiese hanno per sostenere le donne che hanno subito abusi o violenze. Esistono dei manuali inglesi, purtroppo ancora non tradotti, in cui uno dei temi forti è quello della riconciliazione e del perdono, che non possono essere raggiunti se non c’è anche una giustizia riparatrice. Le chiese non possono chiedere alle donne di perdonare se non c’è una presa di consapevolezza della violenza agita. Il terzo livello riguarda il culto, e come far sì che il tema della violenza entri nelle chiese. È necessario nominare la violenza sessuale come peccato, farlo nel culto e fare dei gesti di riparazione in cui anche le chiese chiedono perdono per una predicazione che ha schiacciato le donne.

Nell’Assise generale della FCEI, pochi giorni fa, è stato votato un documento che ribadisce l’impegno per contrastare ogni discriminazione sulla base dell’identità sessuale, la violenza in ogni sua forma, il femminicidio e lo sfruttamento del corpo femminile, e che chiede di proseguire nel lavoro dell’Osservatorio.

Nel 2015 la Fcei, la Conferenza episcopale italiana (Cei) e i patriarcati ortodossi hanno firmato un appello alle chiese contro la violenza sulle donne e, attraverso il Segretariato attività ecumeniche (Sae), si è deciso di creare un Osservatorio per capire come le chiese stanno partecipando e lavorando in questo senso. È da poco uscito un libro intitolato “Non solo reato anche peccato. Religioni e violenza sulle donne”, a cura di Paola Cavallari, che raccoglie i contributi di donne e uomini impegnati nell’universo del dialogo interreligioso (ebraismo, cristianesimo e islam), ma anche laici sensibili. La Federazione mondiale luterana (Fml) ha messo in piedi, già da dieci anni, un progetto con documenti e prassi per le chiese sui temi della giustizia di genere. Questa cosa sta avendo risonanza anche in Italia sia attraverso le donne luterane sia per il fatto che la Federazione delle donne evangeliche (Fdei) e la Federazione femminile evangelica valdese e metodista stanno riprendendo questo progetto come una prassi che può aiutare anche noi.

I numeri della violenza contro le donne sono impressionanti. C’è una guerra tra i generi?

Non c’è consapevolezza né accettazione da parte maschile di una libertà e indipendenza femminile. E quindi in questo senso i femminicidi mostrano una situazione drammatica, che rivela un conflitto mortale tra l’aspirazione e la ricerca delle donne alla libertà e alla realizzazione di sé e un’incapacità maschile di accettarlo. In questa dialettica emerge una violenza inaudita.

 

Foto di Pietro Romeo: Letizia Tomassone

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