Il futuro è una chiesa «scapigliata»

A Brescia, l’VIII forum del secondo Distretto ha parlato di nuovi modi di trasmettere la fede ai più giovani in una prospettiva anticonvenzionale, partendo dalla Messy Church

Sono giovani, spesso molto giovani, e il loro parlare ha le inflessioni di Genova, Milano, Brescia, Verona, Udine. Normale, visto che ci troviamo al Forum del II distretto, che raggruppa le chiese metodiste e valdesi di tutto il nord Italia. Ma il fatto significativo è che i loro volti rivelano origini ghanesi, indonesiane, latinoamericane, e queste hanno arricchito le loro esperienze nella scuola domenicale o nei gruppi giovanili. Sono le figlie e i figli di «Essere chiesa insieme», la cui «identità ibrida», sottolinea Anna da Udine, è ancora poco analizzata e di cui le chiese non hanno piena coscienza. L’immagine di una chiesa sfaccettata emerge anche dalle altre testimonianze della giornata: c’è chi ha un passato cattolico o una nonna valdese, chi è letteralmente nato nella chiesa, chi ha cominciato a parteciparvi attraverso la Fgei, Federazione giovanile evangelica in Italia.

Proprio questo contesto eterogeneo potrebbe essere l’humus ideale per la sperimentazione del metodo «Messy Church», il tema clou della giornata di Brescia di sabato 2 marzo, presentato dalla pastora Alison Walker, tornata in Inghilterra dopo l’esperienza pastorale nella chiesa metodista di Firenze, che ne ha raccontato l’applicazione nelle comunità di cui ha cura, nella zona di Cambridge. Comunità piuttosto piccole, con poche decine di adulti, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la cui esiguità deriva anche dalla crisi che sta attraversando la Chiesa metodista inglese. Una situazione che ce la rende ancora più vicina.

Nata nella chiesa anglicana nel 2004, la «Messy Church» si è ormai diffusa in 30 paesi in tutto il mondo e in 20 denominazioni per un totale di più di 3900 chiese, cattoliche, pentecostali, riformate, luterane, avventiste… 

L’idea centrale, introdotta dal pastore Winfrid Pfannkuche all’inizio della giornata (ne avevamo parlato qui) è di (ri)mettere al centro della vita delle chiese le famiglie, cioè da un lato la generazione di genitori che spesso è la meno coinvolta (per vari motivi, impegni di lavoro, timore di portare i figli in chiesa “perché disturbano”, disinteresse per una realtà vista come distante dal proprio modo di essere…), dall’altro il soggetto “famiglia”, essenziale nella trasmissione della fede ai più giovani.

Questo è stato uno dei passaggi fondamentali della giornata, emerso dalla relazione della pastora Walker, dalle testimonianze di genitori e monitori e dalla meditazione biblica della pastora Ulrike Jourdan, che ha sottolineato come molti genitori oggi siano frenati dal timore di dire cose inadatte o di urtare il coniuge di diversa confessione o non credente: «Non importa, non dobbiamo indottrinare i bambini, ma condividere con loro qualcosa di autentico, riscoprendo la naturalezza della trasmissione della fede». Occorre pertanto rafforzare e in alcuni casi ripristinare un collegamento che oggi pare labile e sul quale, ha ricordato Pfannkuche, si fonda la teologia protestante, i cui catechismi erano destinati proprio alle famiglie, non ai sacerdoti.

Come farlo? La «Messy Church» potrebbe essere un’idea, con modulazioni da definire in ogni comunità: una domenica al mese, un pomeriggio in settimana, con pranzo, merenda o cena (magari preparati dai partecipanti), e una forte componente di manualità. Non dobbiamo avere paura di sporcarci le mani, o di mettere in mano ai più piccoli chiodi e martello, ha sottolineato Alison... Ognuno può contribuire alla riuscita dell’incontro, anche “dietro le quinte”, tenendo sempre presente (ha insistito la pastora) lo scopo, che non è l’attività in sé ma la costruzione di relazioni, la condivisione alla luce della Parola.

Ingredienti fondamentali di questa pratica sono quindi intergenerazionalità, creatività/manualità, accoglienza/apertura alle domande e ai dubbi (questo è lo spazio che accoglie anche persone non frequentanti, che non conoscono la Bibbia), per una celebrazione della Parola anticonvenzionale. Due le parole chiave emerse nel forum, fiducia e familiarità: sentirsi accolti ma anche prendere confidenza con gli elementi costitutivi della vita cristiana, la preghiera, la Parola, i canti.

Una buona premessa per l’applicazione anche in Italia è stato il grande coinvolgimento dei partecipanti alla giornata e al laboratorio in cui, con cartoncini, colori e forbici, si sono messi in gioco per preparare cartelloni e disegni per l’animazione successiva.

Se proprio bisogna trovare un rischio, peraltro comune a molte attività già presenti nelle chiese (gruppi giovanili, corali…), è la creazione di una «chiesa nella chiesa». Ma, commenta Alison, «se questo ci consente di avvicinare persone che probabilmente non frequenteranno mai un culto normale, merita provarci».

Non resta quindi che tentare, ricordando che una «messy church», letteralmente disordinata, caotica, è anche creativa, anticonformista, spontanea, coraggiosa, non convenzionale, sorprendente. Una chiesa «scapigliata», potremmo dire, destinata a trovare un nuovo ordine, ma solo dopo (come ha detto Winfrid Pfannkuche aprendo la giornata) «una bella rimescolata».

 
Foto: Andrea Magnano

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