Superga 70 anni dopo

Il tragico incidente del Grande Torino coinvolse l'ambiente del calcio e non solo: e oggi ci chiama alla ricerca di un'etica per lo sport

Era un giovedì mattina, quando mio padre mi portò la notizia della tragedia del Toro a Superga. Me lo ricordo bene, perché all’epoca avevo otto anni e alle elementari il giovedì non si andava a scuola: quel mattino ero ancora a letto. La sera prima, il 4 maggio del 1949, l’aereo che riportava a casa la squadra del Torino, dopo una partita amichevole a Lisbona, si era schiantato contro la collina a due passi da casa. Tutti morti, 18 calciatori, l’equipaggio, tre giornalisti, dirigenti e accompagnatori: il “Grande Torino” non c’era più. Non avevo mai avuto la possibilità di vederli giocare nel famoso stadio Filadelfia, (il biglietto costava... ) ma, per noi, il Toro era qualcosa di importante, faceva parte del nostro orizzonte familiare. Era la nostra squadra; papà ne parlava con ammirazione, ricordo ancora i suoi accenni alle rovesciate di Gabetto o al famoso stop di Loik, che doveva averlo colpito perché anche lui da giovane aveva giocato nella squadra del Collegio valdese a Torre Pellice, nel ruolo di centr’half, come si diceva allora.

Ezio Loik era approdato a Torino nel 1942; prima aveva giocato nella squadra locale della Fiumana (era nato nel 1919 a Fiume) poi era passato in Serie A con il Milan, poi con il Venezia da1940 al 1942. Oltre alla sua squadra, a Torino conobbe e sposò Lilia Jon Scotta, amica, con la sua famiglia, dei miei genitori, valdese della comunità di corso Vittorio Emanuele. La conobbi meglio, già vedova, perché si era trasferita a Luserna S. Giovanni e spesso ci incontravamo al culto. Nelle lettere che Mirella Loik ha raccolto nel suo libro, ricevute dopo la tragedia di Superga, ce n’è una inviata al sig. Jon Scotta, e in particolare a Mirella, da parte di un pastore valdese: era mio padre. Una lettera che fonda la speranza e la possibilità di andare al di là della disperazione e del lutto fondandosi nella Parola del Cristo.

Il Toro, capitan Mazzola, Ossola, Maroso..., il famoso portiere Bacigalupo e poi tutti gli altri (sapevamo naturalmente a memoria la formazione) erano il nostro riferimento quando cominciai, con i miei compagni, a tirare i primi calci a pallone in Piazza d’Armi, a Pinerolo. Non c’era la televisione, figuriamoci la moviola, ma gli articoli e le foto su Tuttosport bastavano a farci sognare sulle mirabili imprese. E le figurine dei giocatori del Toro, che tenevamo in tasca con l’elastico per gli scambi e per giocare alle plance, valevano il doppio…

Poche ore dopo la tragedia, tutta l’Italia sapeva e si disperava. Perché il Grande Torino era da tempo al di sopra del tifo di parte e delle beghe di campanile. Era l’orgoglio di tutti; anche se poi ciascuno aveva la sua squadra; era un simbolo della rinascita italiana dopo le piaghe di guerra; un inno alla gioventù, alla forza, alla lealtà. In un attimo era finito tutto. Il trauma fu così forte che un anno più tardi l’Italia partirà per i mondiali brasiliani in nave anziché in aereo. Risultato: durante il viaggio tutti i palloni d’allenamento finiranno in mare e gli atleti arriveranno sballottati e fuori forma!

Già l’Italia, la nostra Nazionale: anche qui era successa una cosa incredibile. Vittorio Pozzo, il commissario tecnico, già vincitore del campionato del mondo nel 1934 e nel ‘38, aveva cresciuto e plasmato il gruppo che divenne ben presto l’ossatura della squadra, fino ad avere in campo, in certi casi, ben dieci giocatori del Toro su undici...Pozzo, a Superga, fu tra i primi ad accorrere nella folla che saliva disperata la collina, e a riconoscere la catenina appesa al collo, i modelli di scarpe, le sigarette preferite dalle “fidanzatine e…”. A lui toccò la maggior parte del doloroso compito di identificare le vittime. Molti corpi erano lacerati, bisognava ricomporre i pezzi… e il commissario tecnico per ciascuno si illudeva, si disperava… Nelle cronache di quella terribile giornata qualcuno ha scritto che ad accompagnare Pozzo c’era Hansen, famoso giocatore svedese della Juve; rivolto a Pozzo, davanti alle salme ricomposte, Hansen disse semplicemente: your boys (i tuoi ragazzi )...

Certo, e anche a noi, tifosi dell’assai più fragile Toro di oggi, che tuttavia ogni tanto sa rivivere la “grinta granata”, piace ricordarli, così come nostri ragazzi… oggi che son passati 70 anni da allora, anni in cui siamo progrediti molto sulla tecnologia degli impianti, nella sicurezza, ma spesso abbiamo fatto passi indietro sul piano della buona e trasparente amministrazione, dei bilanci sotto controllo, di ingaggi e premi che raggiungono cifre vergognose, di contrasto alle mafie che si infiltrano negli ultras delle curve, con le gestione dei biglietti non sufficientemente garantita dalle società. Come in molti altri settori dell’economia, occorre investire molto di più sulle squadre giovanili di casa, maschi e femmine, sul rispetto reciproco, sulla formazione, non solo per dotarsi di buoni piedi, con tocchi precisi ma anche di cervello per vincere sul campo e anche nelle tribune. Anche qui si può provare a cambiare davvero un pezzo di mondo. Un compito alla nostra portata.

 

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