Bari. Una mafiosa, madrina di comunione

A ricoprire quel ruolo Monica Laera, già condannata in Cassazione per partecipazione ad associazione mafiosa, e autrice dell’aggressione ai danni della giornalista Maria Grazia Mazzola

Sei una divorziata risposata? Sei una convivente? Sei sposata solo civilmente? In questi casi la Chiesa cattolica non ti autorizza a fare la “madrina” di un bimbo che deve fare la sua prima comunione. Ma se sei una mafiosa, puoi ricoprire quel ruolo «di esempio e di guida». Una tale vergogna è avvenuta giorni fa a Bari, dove don Roberto Tifi, viceparroco della Chiesa del Redentore, ha autorizzato Monica Laera – già condannata in Cassazione per partecipazione ad associazione mafiosa – a fare la “madrina” di comunione di un bambino, figlio di un boss detenuto, a cui è stato negato il permesso di partecipare.

Per chi non lo ricordasse, Monica Laera è la moglie del boss Lorenzo Caldarola, ritenuto uno dei vertici del clan Strisciuglio di Bari, che il 9 febbraio 2018 colpì con un pugno in pieno viso la giornalista del TG1 Maria Grazia Mazzola (dieci giorni di prognosi) mentre svolgeva il suo lavoro di inchiesta su baby gang e criminalità in Puglia. In via Petrelli, la Laera aggrediva con violenza la giornalista Rai che “aveva osato” entrare nel quartiere Libertà – territorio controllato dal clan – e fare domande scomode.

 

L’esibizione del potere mafioso non si è fermata alla nota mafiosa che ha rivestito il ruolo di “madrina”. Come ha raccontato Giampiero Calapà, in un articolo pubblicato il 4 maggio scorso su Il Fatto Quotidiano, la prima comunione si è svolta in perfetto “stile Casamonica”, con il figlio del boss che è arrivato fuori la chiesa con una Ferrari rossa fiammante, e che a conclusione della messa è stato accolto da fuochi pirotecnici.

Il parroco della Chiesa del Redentore, don Antonio D’Angelo, ha preso le distanze dall’accaduto, così come don Francesco Preite, direttore dell’Istituto salesiano di quella stessa parrocchia, che da anni si impegna per la legalità nel quartiere Libertà. Anche l’Arcidiocesi di Bari-Bitonto ha criticato l’autorizzazione data dalla chiesa alla boss mafiosa. Ma, dopo quanto accaduto, qualcuno ha chiesto spiegazioni al viceparroco che ha dato l’autorizzazione alla Laera? Ci sarà una sanzione per tale comportamento?

Dinanzi al chiaro consenso che circonda Monica Laera, ancora più netta deve essere la mobilitazione civile a sostegno della giornalista Maria Grazia Mazzola in vista dell’udienza preliminare di rinvio a giudizio per l’aggressione mafiosa subita, che si aprirà il prossimo 16 maggio a Bitonto.

«Il 16 maggio davanti al GUP di Bari con udienza a Bitonto – ci racconta Maria Grazia Mazzola – la boss Monica Laera, condannata in Cassazione per associazione per delinquere di tipo mafioso, art. 416 bis, dovrà rispondere di aggressione con aggravante mafiosa ai miei danni, di minaccia di morte, di lesioni, nell’esercizio del controllo del territorio in quanto esponente del clan Strisciuglio. Mentre la consuocera, Angela Ladisa, moglie del boss Pino Mercante, dovrà rispondere di oltraggio a pubblico ufficiale. Ricordo bene – vi sono le registrazioni – che Angela Ladisa mi pedinò dopo l’aggressione mentre mi rifugiavo in auto, e portandosi il dito in parallelo al naso mi disse “Stai zitta davanti alla polizia, non parlare”. Voglio dire e ricordare a tutti, tra tanti silenzi e sottovalutazioni, che l’Italia è in guerra contro le mafie, mentre un Ministro dell’Interno si dedica a dare la caccia ai disperati che fuggono da guerre e fame. Sul fronte delle mafie siamo in guerra e tanti fingono di non accorgersene. La piccola Noemi di 4 anni porta sul petto “una ferita da guerra” perché i clan, fatti di cocaina, si sparano tra la folla a Napoli! Città come Napoli e Bari andrebbero messe sottosopra con perquisizioni a tappeto: le case dei pregiudicati di mafia sono piene di droga e di armi».

Sulla vicenda della prima comunione a Bari, Mazzola commenta: «Ciò che trovo preoccupante a Bari è la mentalità mafiosa: un viceparroco che nomina madrina di un bambino di 9 anni col padre in carcere, Monica Laera con un profilo criminale di sette pagine, donna che ha familiarità col giubbotto antiproiettile e con le armi; i giornalisti di Bari che continuano a non scrivere che Laera è condannata in via definitiva per associazione mafiosa; giornalisti che continuano a riferire una dinamica dei fatti falsa: quella che racconta la boss con i suoi legali che mi avevano denunciato per molestia e querelata, ma le cui accuse – false – sono state archiviate. Querelerò quanti veicoleranno dinamiche dei fatti false e diffamanti nei miei riguardi. Sono una cronista coi sandali al servizio dei cittadini e quel 9 febbraio dell’anno scorso ponevo domande per strada per la mia inchiesta per Speciale TG1 sul figlio della boss Monica Laera e del boss Lorenzo Caldarola: Ivan Caldarola rinviato a giudizio per stupro di una bambina di 12 anni, processo mai seguito dai giornali di Bari. Ivan Caldarola, ora in carcere per estorsione e possesso di armi, spadroneggiava nel quartiere Libertà indisturbato, finché la mia denuncia alla madre dopo l’aggressione ha acceso i riflettori sul condizionamento del clan nel quartiere e in città. Spero che quei “giornalai” che si sono genuflessi alla mafiosa Laera il giorno dopo la mia aggressione con interviste compiacenti, omettendo le sue condanne, e tutti quelli che non hanno scritto la verità, arrossiscano di vergogna».

Le parole conclusive della giornalista Rai sono di ringraziamento per chi la sta sostenendo in questi mesi. «Ringrazio: Libera, in particolare la vicepresidente, l’avvocata Enza Rando, e il suo fondatore, don Luigi Ciotti, che mai mi hanno lasciata sola; le mie sorelle femministe dell’UDI; l’Associazione Stampa Romana; le mie colleghe e colleghi di inchieste in Italia e all’estero che rischiano la vita; le donne del centro antiviolenza Renata Fonte, le chiese evangeliche e battiste, con il giornale Riforma in testa. La costituzione di parte civile del Sindaco di Bari Antonio Decaro al processo che mi vede parte offesa, fa sperare, apre uno squarcio di speranza».

A Bitonto si sono costituiti parte civile anche: la Rai, Libera nazionale, l’Unione donne in Italia, l’Associazione Stampa Romana, il Centro antiviolenza Renata Fonte di Lecce, l’Ordine dei giornalisti nazionale, la Federazione nazionale stampa italiana, l’Unione sindacale giornalisti Rai.