Per tenere la canoa in equilibrio

La prima donna maori eletta vescova nella Chiesa anglicana della Nuova Zelanda: il suo primo pensiero va ai più giovani e alle loro famiglie

Un importante traguardo è stato raggiunto dalle vescove anglicane, ma anche dal popolo maori, con l’elezione della prima donna maori a questa carica nella Chiesa anglicana della Nuova Zelanda. Nominata dai tre arcivescovi della Chiesa anglicana di Aotearoa (nome maori della Nuova Zelanda), Nuova Zelanda e Polinesia, Waitohiariki Quayle, attualmente arcidiacona di Wairarapa, regione all’estremità meridionale dell’Isola del Nord (una delle due isole principali del Paese), sarà assegnata alla diocesi di Upoko O Te Ika (letteralmente, la testa del pesce), nella parte sud-occidentale dell’isola, dopo essere consacrata quest’anno.

A darne l’annuncio, riporta Anglican News, l’arcivescovo di Aotearoa, Donald Tamihere, insieme ai suoi omologhi Philip Richardson (Nuova Zelanda) e Fereimi Cama (Polinesia).Tamihere ha dichiarato che questo è un momento davvero particolare, in quanto la nuova vescova «non è solo la prima donna maori eletta a tale ruolo, ma la prima donna nata in Nuova Zelanda a servire come vescova per ogni tikanga», cioè in ognuna delle tre correnti culturali presenti nel paese: quella maori (Aotearoa), quella neozelandese e quella polinesiana che, nella costituzione della chiesa, dal 1992 sono equamente rappresentate, da qui la presenza di tre arcivescovi (Tamihere rappresenta ad esempio il tikanga maori).

Sono state espresse parole molto positive su di lei, definita «umile, compassionevole, saggia e dalla grande fede, con una lunga esperienza di servizio sul campo». Nata a Gladstone 69 anni fa, figlia di un anglicano e di una mormone, inizia il suo impegno come diacona nel 2013. Rimasta vedova nel 1990, ha tre figli adulti e cinque nipoti. Al momento della sua elezione a vescova, ha sottolineato le due questioni che le stanno più a cuore nella condizione delle famiglie maori della sua regione: l’enorme impatto degli affitti fuori controllo, e un angosciante tasso di suicidi giovanili. «Molti bambini sono soli, non hanno un amico o qualcuno a cui rivolgersi», ha dichiarato. «La chiesa potrebbe essere lì per loro, e con chiesa intendo persone, noi potremmo essere lì. Penso all’immagine di una canoa, la famiglia può essere la forza stabilizzante a un’estremità, la chiesa potrebbe esserlo all’altra. Si parla di indossare l’armatura di Cristo, e io lo faccio, a volte. Ma mi piace dire che possiamo anche indossare l’ama di Cristo. Ama è il bilanciere della canoa: se il giovane sulla canoa comincia ad agitarsi, la famiglia e la chiesa possono essere i bilancieri, gli “ama”, per stabilizzarlo su entrambi i lati. E se è tutta la famiglia a perdere l’equilibrio, il giovane può appoggiarsi alla chiesa. Tutti insieme possiamo aiutarli ad attraversare le acque agitate».

Photo Credit: Anglican Taonga/Anglican News

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