La Chiesa riformata ticinese chiede scusa per le pratiche coercitive del passato

Una pagina nera della storia della Svizzera raccontata in un articolo dal giornalista e pastore Paolo Tognina 

Il Sinodo della Chiesa evangelica riformata nel Ticino (Cert) ha chiesto scusa a Sergio Devecchi, vittima di internamenti amministrativi. I sinodali, riuniti ad Ascona, hanno ascoltato la sua testimonianza, hanno appreso che la pratica era stata avviata per iniziativa di un pastore della Chiesa riformata di Lugano, e sono stati informati sul percorso seguito da Devecchi nelle strutture della Fondazione evangelica a cui era stato affidato. Al termine del confronto, il Sinodo della Cert ha votato una dichiarazione nella quale, oltre a chiedere perdono alle vittime delle misure coercitive, si impegna "a riflettere affinché situazioni analoghe non si ripetano e a integrare questa tematica dolorosa all’interno del proprio insegnamento affinché resti come parte della nostra memoria".

«Sono molto soddisfatto perché ci hanno messo tanto a pronunciare queste parole. Adesso l’hanno fatto e per me è una grande soddisfazione», ha affermato alla emittente radio televisiva svizzera italiana RSI Sergio Devecchi, che subì violenze nell'istituto evangelico al quale era stato affidato da bambino.
A partire dal 1930, oltre 60mila persone che non avevano violato nessuna legge, sono state private della loro libertà, in Svizzera. Procedure amministrative formalmente corrette, ma profondamente ingiuste, dettate da giudizi morali e convenzioni sociali nelle quali oggi non possiamo più riconoscerci, hanno reso quelle persone vittime di un sistema punitivo. Le persone colpite dalle misure coercitive sono state vittime di sfruttamento economico, di violenze, di abusi perpetrati da chi avrebbe dovuto crescerli, accudirli ed educarli: personale laico e religioso degli istituti, maestri, preti, pastori. Una storia durata fino al 1981. Una pagina buia della storia elvetica.

Indigenti, disabili, malati psichici, alcolizzati, figli e figlie illegittimi e le loro madri, nomadi sono stati oggetto di internamenti amministrativi, affidi coatti, adozioni forzate. Dopo un lungo periodo di silenzio, il Consiglio federale ha deciso, nel 2013, di chiedere scusa alle vittime delle misure coercitive. Successivamente ha provveduto a intraprendere un percorso di risarcimento delle vittime e ha deciso di far luce su questo triste periodo iniziato nel 1930.
Nel corso di un processo di presa di coscienza, non ancora terminato, nel 2014 e nel 2017 l’Autorità federale ha approvato due leggi per la riabilitazione delle vittime e per un loro risarcimento.

Negli ultimi anni lo Stato e le Chiese hanno iniziato a prendere coscienza della questione. L’Ufficio federale di Giustizia ha pubblicato nel 2014 un rapporto sulle Misure coercitive a scopo assistenziale e collocamenti extrafamiliari in Svizzera prima del 1981, Il Canton Ticino ha affidato a Vanessa Bignasca una Ricerca preliminare sulle misure coercitive a scopo assistenziale e sul collocamento extrafamigliare nel Cantone Ticino, presentata nel 2015. La Federazione delle chiese evangeliche in Svizzera ha affrontato il tema in un convegno nel 2016 i cui contributi sono stati pubblicati (Heim - und Verdingkinder. Die Rolle der reformierten Kirchen im 19. und 20. Jahrhundert). Nel 2017 è stato avviato un programma nazionale di ricerca, NFP 76, sul tema “Führsorge und Zwang”, ovvero “Assistenza e coercizione”. La Commissione peritale indipendente internamenti amministrativi, attiva fino al 2019, ha pubblicato dieci volumi di testimonianze, considerazioni e studi. Parallelamente sono state pubblicate diverse ricerche storiche che ci permettono oggi di conoscere meglio i contorni di queste vicende a lungo rimaste coperte da un colpevole omertoso silenzio.

Tratto da Voceevangelica.ch

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