Il Natale nelle scuole non diventi propaganda

Il rischio di un uso strumentale della festività e la scarsa laicità delle nostre Istituzioni

L’assessora all’Istruzione della Regione Piemonte Elena Chiorino sembra abbastanza lontana, per formazione politica e culturale, dal suo illustre concittadino e noto statista Camillo Benso di Cavour che del Piemonte conosceva bene la storia, il territorio, la politica e l’amministrazione. Tanta fatica mise il conte, a costruire uno Stato liberale, basato sul principio della “libera chiesa in libero Stato”: ora una circolare dell’assessorato rimette tutto in discussione e dopo più di duecento anni siamo di nuovo qui a scrivere non tanto sul principio dell’indipendenza dello Stato, della società civile e della politica dai condizionamenti della religione ma sull’avvilente uso della religione per fini politici. Infatti qui si assiste a un curioso rovesciamento che andrebbe ben compreso. 

Come interpretare la circolare del 25 novembre, che invita i dirigenti scolastici a promuovere e valorizzare «ogni iniziativa legata alla ricorrenza Natalizia come parte fondamentale della nostra identità culturale e delle nostre tradizioni»? Il fatto curioso, infatti, è che questo “invito” non venga dalle gerarchie ecclesiastiche ma da un organo politico-istituzionale. Una circolare che sembra contraddire diversi principi fondamentali del pensiero politico moderno posti alla base delle democrazie occidentali.

In questo caso non siamo di fronte a un modello politico teocratico, dove la sfera politica si conforma alla volontà religiosa, ma a un uso strumentale delle tradizioni religiose, che sottintende un preoccupante principio autoritario. Non si tratta di ingerenze religiose nella sfera scolastica ma di un intervento politico innervato da argomenti religiosi. La scuola, com’è noto, è una delle principali istituzioni dello Stato, il cui fine è quello di formare i cittadini del futuro. L’autonomia scolastica ha portato nuova sostanza al principio democratico di divisione dei poteri, sottraendola al controllo ideologico e politico dei governi. Macché: la scuola, lungi dall’essere quell’istituzione che accresce le libertà di tutti i suoi cittadini, dovrebbe essere qui al servizio della “nostra” visione, in nome della difesa dell’identità culturale e delle “nostre” tradizioni che, mai come oggi, sarebbero minacciate dall’affacciarsi di altre identità culturali e religiose. Con buona pace quindi dell’autonomia della scuola, che dovrebbe tornare a essere funzionale alla politica. Una semplice circolare, dal linguaggio pacato e all’apparenza condivisibile, nasconde in realtà una serie di gravi implicazioni e sottintende una visione politica illiberale e una concezione religiosa dogmatica e oscurantista.

Si rinnega infatti un altro principio a noi caro: quello del primato della coscienza nella sfera spirituale, che deve restare indipendente dai condizionamenti politici che vorrebbero il suddito, più che il cittadino, conformarsi a dogmi o liturgie confessionali stabilite politicamente. Si dirà: un presepe è cosa diversa. La festa di Natale delle scuole è un momento di condivisione, di speranza e allegria in cui nessuno è escluso, un messaggio di pace e di fraternità. Vero e giusto. Ed è proprio questo lo sforzo di migliaia di docenti, che cercano di attualizzare e interpretare il Natale come momento di comunicazione del messaggio universale di amore per il creato, fraternità tra gli uomini e le donne e di pace tra le nazioni di tutto il mondo. Recite, saggi, canzoncine natalizie realizzate nelle scuole trascendono il simbolo religioso e oltrepassano il rituale e l’esteriorità della devozione religiosa per diventare un momento in cui al centro c’è solo il messaggio universale dell’amore fraterno.

Nella circolare, tuttavia, c’è l’uso strumentale della religione per propaganda politica, a dispetto delle pluralità culturali e religiose che la società democratica dovrebbe accogliere e riconoscere. Lo spazio pubblico, a partire dalla scuola, non deve costruire un muro per proteggere, una specifica fortezza identitaria, ma accogliere il confronto reciproco tra le diverse confessioni e culture, in un percorso di conoscenza e rispetto. Le nostre eredità culturali e le nostre tradizioni religiose, lungi dal voler essere negate, oscurate o rimosse, non devono diventare cittadelle dogmatiche da difendere come scudi propagandistici e piccole patrie di sovranismo religioso, ma devono diventare frontiere aperte di confronto. È questo il progetto Essere Chiesa insieme, che le nostre comunità vivono e promuovono. Un modello aperto, forse faticoso, ma ricco di speranza: siamo nel mondo per servire la Parola e non per metterla al servizio del potere terreno.

 

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