Caffè Alzheimer, uno spazio prezioso

Si rinnova, per il settimo anno consecutivo, l’appuntamento con il progetto a cura del Rifugio Re Carlo Alberto della Diaconia Valdese

Il Caffè Alzheimer è un luogo dove è possibile parlare, raccontarsi, ascoltarsi, avere informazioni sulle demenze e sulla malattia.

Il Calendario 2020, che prevede 10 appuntamenti più il consueto pranzo di Natale nel mese di dicembre, si apre lunedì 27 gennaio con Diego Lopomo, Responsabile Ufficio Pubblica Tutela e Rapporto con l'Autorità Giudiziaria, e l'intervento dal titolo, “I compiti del tutore e dell'amministratore di sostegno e il giudice tutelare”.

L'appuntamento, gratuito e libero a tutti, è ogni ultimo lunedì del mese, dalle 15 alle 17.30, presso la pizzeria Sotto Sopra, in piazza Frairia Sisto 15, a Pinerolo (TO).

Incontriamo Susanna Deplano, coordinatrice del progetto.

Quali sono i vostri numeri?

Il numero delle persone che fruiscono del Caffè Alzheimer è aumentato progressivamente negli anni, certamente anche grazie ai numerosi progetti sul tema della demenza che da tempo contraddistinguono il Rifugio della Diaconia Valdese. Attualmente abbiamo una media di 8 nuclei famigliari coinvolti ad ogni incontro ma, in alcune occasioni, abbiamo raggiunto numeri anche molto più alti. Questo dimostra come il lavoro sinergico tra ASL, Ciss (Comune) e Diaconia Valdese funzioni e dia risultati, lavorando con una progettazione volta ad una sempre maggiore sensibilizzazione della comunità e del territorio. 

È al Caffé Alzheimer che riusciamo a prendere contatto con le famiglie nella fase iniziale della malattia, quando si iniziano a cercare informazioni e sostegno. Può diventare un'occasione concreta e importante per rompere un percorso di isolamento sociale che sovente si insinua con questo tipo di patologia.

Progetti come questo mirano, tra le altre cose, ad informare anche e soprattutto i non addetti ai lavori su temi non sempre molto conosciuti. Cosa ha insegnato a lei, invece?

Questi anni di esperienza come coordinatrice del Caffè mi hanno insegnato molto. Ho potuto comprendere meglio le difficoltà che una famiglia incontra al momento della diagnosi: mancanza di informazioni, difficoltà di accesso ai servizi. 

Si tocca con mano la loro sofferenza spesso, per troppo tempo, silenziosa. Ho capito l'importanza di offrire uno spazio prezioso, dai ritmi lenti, dove non si lesina sui sorrisi, sulle parole di conforto. È davvero una piccola boccata di ossigeno, dove un familiare può dialogare con degli esperti mentre, se lo desidera, il suo caro viene coinvolto in attività di socializzazione alla presenza di personale esperto. Questo significa andare incontro ad una reale richiesta, intercettare il bisogno dei caregiver che chiedono del tempo per prendersi cura di sé.

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