Dal restauro al lifting, e oltre

Vecchie pellicole non più recuperate ma reinterpretate e ciò che ne deriva è una realtà altra: non siamo più capaci a guardare, e apprezzare, l'imperfezione

Sergej, un fotografo e cineoperatore troppo coraggioso, dopo l’incidente nucleare di Cernobil (aprile 1986) andò per i villaggi circostanti a documentare gli effetti dello scoppio. Le radiazioni lo stroncarono dopo un anno, ma le sue immagini poterono documentare la gravità dell’evento. Le radiazioni bucarono la pellicola, ridotta a una gragnuola di puntini bianchi, che noi abbiamo visto, trasferita su supporto televisivo, in un «Tg2 Dossier» del 2003. Oltre alle persone e oggetti devastati, vedevamo la distruzione stessa al lavoro. La distruzione aveva filmato se stessa.

L’episodio torna alla nostra attenzione dopo che abbiamo avuto notizia dei passi avanti, impensabili solo pochi anni fa, compiuti in materia di “elaborazione” dei filmati d’epoca. Non si può più parlare di “restauro” dei vecchi film, una pratica che non è venuta meno e che consiste nel ricuperare le vecchie pellicole, ripulendole e cercando di conservarle nel tempo, così come si fa con quadri, statue, affreschi e palazzi. Avviene che uno dei più celebri film dei fratelli Lumière, L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (1896) ha subito un’operazione che è molto più di un lifting. Un giovane russo, con una procedura assai complicata, ha potuto “campionare” gli spazi di nero dove essi erano più diffusi e intensi, copiarli e inserirli in altre parti dei fotogrammi che ne erano scarsi, a causa dei limiti che avevano all’epoca le pellicole e le cineprese. Per carità, niente di strano o di male: si fa con scampoli di pelle umana in caso di gravi ustioni.

Però una riflessione mi viene da farla. È vero che vedere un film bello pulito, con i bianchi che siano davvero bianchi, i grigi grigi e i neri pienamente neri, permette di cogliere bene l’azione, i personaggi e i dettagli; ne risulta un (breve) film godibile, e in più possiamo vedere in Internet i fotogrammi originali affiancati a quelli modificati; allo stesso modo, eliminare dalla registrazione di un concerto i fruscii e i suoni “spurii” ci consente di apprezzare meglio la melodia, gli accordi e i timbri di voci e strumenti.

In questo caso avviene qualcosa di più: si costruisce, a posteriori, una “realtà altra”, partendo da un’informazione “derivata”, presunta: un po’ come quelle composizioni che, rimaste incompiute (come il Requiem di Mozart) vennero ultimate da allievi e collaboratori, sulla base degli appunti, dei materiali preparatori, della conoscenza diretta. Ma è pur sempre un’ipotesi. Non che la locomotiva, i vagoni e i viaggiatori che ne calano fossero nel film la stessa cosa delle persone reali. Ma, insomma, l’immagine di quella realtà, con tutti i suoi limiti tecnici, c’era. E se era un’immagine vecchia, la si guardava con uno sguardo indulgente, anzi: i graffi, i vuoti di nero, le imperfezioni e il degrado avevano e hanno la loro ragion d’essere.

Ma ora sembra che di tutto questo ci si vergogni, o quantomeno che non siamo più capaci di interpretare il passare del tempo. Questo è inquietante; è un fenomeno che si affianca alla perdita di coscienza storica e che, in ambito artistico, sembra derivare da un’altra tendenza, quella alla perfezione: tutto deve essere pulito, patinato, levigato, senza scabrosità. Dovremmo ricordarci che non siamo stati creati così; siamo fatti a immagine di Dio, ma non siamo Dio, anzi siamo parecchio imperfetti. E se siamo fatti di polvere, destinati a ritornare polvere, non dobbiamo per questo pensare di essere sgradevoli. Attraverso la polvere, con un po’ di sforzo, ci possiamo vedere e riconoscerci e incontrarci. Il peso del tempo rimane, e ha un suo perché, e se dobbiamo fare uno sforzo per vedere al di là dei difetti, avremo anche il gusto della scoperta.

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