Il virus non è uguale per tutti

Dal Libano all’Italia l’impegno del medico Luciano Griso non si arresta

Luciano Griso è un medico, referente dei “Corridoi umanitari”, il progetto di Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), Tavola valdese e Comunità di Sant’Egidio che da cinque anni sta offrendo una speranza a tante persone, circa duemila al momento, in fuga dalle guerre e che attraverso un viaggio in sicurezza dai campi profughi in Libano possono proseguire il loro progetto di vita in Europa. L’esplodere della pandemia di Covid-19 ha costretto il team di Mediterranean Hope, il programma rifugiati e migranti della Fcei, a lasciare proprio il Libano agli inizi di marzo, «con grande rammarico – racconta Griso –, anche perché stavamo preparando il viaggio di circa 130 persone, le ultime del secondo protocollo sottoscritto con ministeri degli Interni e degli Esteri. Continuiamo a riunirci a distanza e a gestire le iniziative di assistenza in corso grazie ai volontari locali». Intervento quest’ultimo finanziato invece dall’otto per mille dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (Ucebi).

L’impegno di Griso prosegue ora in Italia, come volontario a Torino nell’ambulatorio del Sermig, creatura nata dalla grande passione di Ernesto Olivero nel pieno del quartiere multietnico di Borgo Dora. «Un servizio attivo da vent’anni, riservato alle fasce più povere della popolazione: molti stranieri, ma da alcuni anni in qua anche un considerevole e crescente numero di italiani in difficoltà». All’interno degli splendidi spazi dell’Arsenale della pace si alternano a titolo pienamente gratuito ortopedici, ginecologi, ecografisti, dentisti e tanti altri professionisti. «Certo, in questo momento di blocco forzato tutto diventa più complicato, le attività sono rallentate ma non si sono mai interrotte, semmai sono state ripensate». 

Date queste premesse non si può far altro che affermare che in tutta evidenza «il virus non è uguale per tutti. Chi non ha un’abitazione, chi convive in pochi metri quadrati con bambini e anziani, chi è costretto a lavorare in condizioni inumane, magari nei campi del Sud Italia, chi stava compiendo un percorso migratorio senza alcun diritto. Poi tutti coloro che hanno altre patologie, chi ha in casa persone con handicap, con problemi piscologici: per tutte queste categorie la situazione è volta in fretta al tragico. Tutto questo non dobbiamo mai dimenticarcelo». 

A un medico non si può non chiedere un parere su un certo linguaggio che in queste settimane ha descritto il personale sanitario di volta in volta come martire o eroe in guerra contro un nemico terribile: «In genere In Italia si usa la retorica per coprire le carenze, le mancanze dettate dall’incapacità o dalla non volontà di affrontare i problemi. Ci sono grandi responsabilità politiche nel modo in cui è stata gestita la crisi, divise equamente fra tutti gli schieramenti che negli ultimi vent’anni hanno governato il Paese, che hanno seguito la stessa politica sanitaria di tagli, e hanno considerato la sanità non come un investimento, ma come una fonte di spesa da ridurre. Non è stato sostituito il personale, si è tagliato tutto il possibile, non si è innovato, e così ci si è trovati di fronte a un’esperienza inaspettata anche se prevedibile, a trovarsi con poche armi da poter utilizzare. Il personale ha affrontato con grande coraggio a mani nude questa epidemia. Ma non dovevamo arrivarci così impreparati».

Anche per il dopo-emergenza si sprecano promesse di cambiamenti e ripensamenti di modelli di sviluppo, ma secondo Griso «il nostro sistema economico non credo muterà purtroppo. Questo virus è strettamente connesso a un modello di sviluppo in corso, volto a sfruttare ogni risorsa del nostro pianeta. La deforestazione, gli stravolgimenti climatici, portano a contatti diretti fra umani e virus che tendenzialmente rimanevano relegati al regno animale. Il caso Sars, forse perché lontano da noi, non ha insegnato nulla. Si potrà imparare qualcosa forse nei comportamenti collettivi, ma a livello delle scelte macroeconomiche temo cambierà poco». Il distanziamento fra persone sarà uno dei simboli di questo periodo: «un drammatico distanziamento – secondo Griso –. Ho letto gli articoli di Riforma in queste settimane sul tema. Il papa solo in piazza, i culti virtuali delle nostre chiese, sono immagini forti ma tragiche. Le comunità di credenti sono certo spirituali, ma al contempo vivono di corpi, di fisicità, di presenze, e ciò a mio avviso è un aspetto fondante che nessuno sforzo tecnologico può sostituire». 

È un altro il pericolo che però il medico teme: «La forte limitazione delle libertà individuali, incamerata nel subconscio e accettata come inevitabile, può mettere in pericolo le nostre democrazie: abbiamo già alcuni esempi attorno a noi. Le nostre libertà devono tornare a essere tali sul serio, e ciò spetta di nuovo alla politica, che non può nascondersi dietro la foglia di fico dei tecnici, investiti di un ruolo troppo importante e che non compete loro. Le scelte devono essere politiche».

Per concludere una battuta sulla situazione proprio in Libano, dove si concentrano i grandi campi profughi che ospitano milioni di persone: «La situazione è assai migliore di quanto preventivato dalle principali organizzazioni internazionali presenti sul terreno, dall’Unhcr all’Oms a Medici senza Frontiere. Le previsioni erano catastrofiche, tenuto conto delle strutture sanitarie pubbliche di un Paese alle prese con una crisi economica enorme e che ospita la più alta percentuale di rifugiati per numero di abitanti al mondo. Invece i numeri di contagiati e vittime sono molto molto bassi: da un lato certo non saranno effettuati molti test, ma al contempo possiamo osservare che è l’intera regione, Giordania, Israele ad avere pochi casi. Le spiegazioni sono allo studio e possono essere varie, dalle misure immediatamente messe in atto alla possibilità che il virus trovi condizioni migliori in aree più inquinate».

 
Foto di Stefano Stranges, solidarietà a Torino

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