Il sacro macello della Valtellina

Nel 1620, 400 anni fa, annichilita la presenza riformata nella valle. A noi resta il dovere del ricordo

Nel 1620, come nel 2020, il 19 luglio cadeva di domenica. Per i protestanti, il 19 luglio del 1620 era ancora il 9 luglio… una quarantina di anni prima il papa aveva riformato motu proprio il calendario giuliano aggiornandolo a una decina di giorni avanti, e i protestanti (e gli ortodossi) erano rimasti testardamente dieci giorni indietro. Non perché la riforma del calendario fosse sbagliata, ma perché il papa si era arrogato il ruolo di arbitro del tempo della cristianità.

All’alba di quel giorno di festa, a Tirano si ritrovarono silenziosamente alcune di centinaia di uomini armati. Erano i servitori dei nobili Venosta e Robustelli, guidati dai loro signori, e altri mercenari assoldati nella valle. Alcuni erano andati a bloccare la strada verso Nord, che porta a Brusio e a Poschiavo. Li seguiva con il suo metallico sguardo la statua bronzea dell’arcangelo Michele armato fino ai denti, che da una trentina d’anni campeggiava sulla cupola del santuario mariano di Tirano rivolta verso Nord, verso le terre dei Grigioni e della Riforma. Ancora oggi, dopo quattrocento anni, il bellicoso arcangelo è sempre al suo posto.

Quattro colpi di archibugio e un tocco della campana maggiore diedero il segnale: le porte del borgo furono bloccate e le campane suonarono a martello. I tiranesi si precipitarono nelle strade, trovandole alla mercé di una soldataglia che colpiva a morte con archibugi, spade e bastoni tutti gli uomini che avevano aderito alla chiesa riformata. Al pastore Antonio Basso la testa fu mozzata e posta sul pulpito della chiesa evangelica, con la truppa che gridava irridente: «Cala a basso, Basso; c’hai predicato assai». Pressoché tutti i protestanti maschi di Tirano furono trucidati. Più di sessanta. Dopo qualche ora di saccheggi e stupri e dopo aver imposto alle donne protestanti la conversione al cattolicesimo, i ribelli lasciarono Tirano e si diressero verso Teglio. 

A Teglio la truppa giunse in tempo per il culto, così non ci fu bisogno di stanare gli evangelici casa per casa. I protestanti tentarono di sbarrare la porta del tempio con i banchi, mentre dalle finestre piovevano colpi d’arma da fuoco. Il pastore venne ucciso da una palla d’archibugio mentre esortava la sua comunità alla fedeltà al Vangelo fino alla morte. Alcuni evangelici credettero di poter trovare scampo rifugiandosi sul campanile, ma a questo venne appiccato il fuoco. Fuori dal tempio, la quattordicenne Margherita Guicciardi, china sul padre morente, «fu colta d’una archibugiata nella testa» come scrisse l’anonimo autore della cronaca.

L’eccidio proseguì fino al fondo valle. La banda dei rivoltosi aumentava di numero di villaggio in villaggio. Giunti a Sondrio, trovarono una resistenza armata e organizzata. Dopo una breve trattativa, a qualche decina di protestanti fu concesso l’espatrio. Non paghi del sangue degli evangelici indifesi che non avevano potuto lasciare Sondrio, i rivoltosi profanarono il cimitero evangelico e gettarono i resti dei sepolti nell’Adda. Poi passarono ai sobborghi di Sondrio (alcuni dei quali a maggioranza protestante), alla Valmalenco e alla bassa valle. A Berbenno, alcuni cattolici presero le difese dei protestanti e furono trucidati anch’essi. 

Fu il sacro macello di Valtellina, come lo definì magistralmente Cesare Cantù e come si trova citato in una riga dei libri di Storia del liceo, preludio alla complicata fase grigionese della Guerra dei Trent’anni. Tra i 500 e i 700 evangelici vennero trucidati. Molti fuggirono verso l’interno dei Grigioni, Zurigo e il Württemberg. La pace fu firmata a Milano nel 1639. Gli articoli del trattato permettevano la celebrazione pubblica e privata del solo culto cattolico.

Fu la fine di un secolo di presenza riformata, attiva e vivace nella valle. I protestanti erano concentrati soprattutto nei dintorni di Sondrio e a Chiavenna, ma, a parte il Bormiese, quasi ogni villaggio aveva una piccola comunità evangelica cui era assegnata dal Comune una chiesa di dimensioni più modeste di quella cattolica, oppure l’utilizzo della stessa chiesa cattolica a orari diversi dalla messa. Gli evangelici, che fossero valtellinesi, o funzionari grigionesi o profughi provenienti dall’Italia (tra cui Vergerio, Castelveltro, Mainardo, Ulisse Martinengo, Zanchi, Lentolo), costituivano una microsocietà ricca e vivace, integrata in strette relazioni con l’Europa protestante, dotata di una stamperia e percorsa da appassionate discussioni di teologia e di politica.

Sebbene l’interesse strategico e l’oro corruttore della Spagna soffiassero da tempo sul fuoco della rivolta, derubricare la questione religiosa come pretesto risulta storicamente problematico e autoassolutorio a posteriori. Il cattolicesimo della Controriforma incarnato nella grandezza e durezza del Borromeo non fu una “religione di pace”, come non lo sarebbe stato il protestantesimo irruento e aggressivo di Pier Paolo Vergerio, se non fosse stato efficacemente arginato dai protestanti stessi. Attraverso predicazioni e scritti, in Valtellina venne generato un clima d’odio che sembra eccessivo anche per quei durissimi tempi e che prima di quelle due fatidiche date di luglio 1620, si era espresso in tumulti, rapimenti e tentati omicidi ai danni di pastori protestanti.

Del sacro Macello a noi resta il dovere del ricordo storico e vivo di un massacro che per la sua efferatezza scioccò mezza Europa e a proposito del quale non giovano né la banale autoassoluzione che incolpa i tempi e la politica né la coltivazione di fantasmi revanscisti. Restano anche i versetti biblici in italiano scolpiti sugli stipiti delle case valtellinesi anticamente appartenute ai protestanti, a mo’ di tenace e irriducibile testimonianza. Ancora oggi visibili, in particolare nel borgo vecchio di Chiavenna. «Dice il Signore Gesù Cristo: “Vi dico che se costoro tacciono, le pietre grideranno”» (Luca 19,40).

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