Agosto nero

Alcuni episodi avvenuti nel mese appena concluso confermano la deriva razzista e violenta del “primo” mondo. È tempo di fare i conti con la centenaria e sanguinosa storia del colonialismo

Nell’agosto più nero che io ricordi, quando l’eco del rantolo di George Floyd era ancora un macigno sul cuore ed un’ossessione per l’udito, Stati Uniti, Olanda ed Italia hanno confermato la deriva razzista, violenta e disumana del “primo” mondo, quello bianco, poliziesco e perennemente coloniale. Quello fatto di fogli, timbri e code interminabili che hanno lo scopo di mettere in fila i poveri, censirli e stoccarli nei depositi della merce umana da usare, all’occorrenza, come pezzi di ricambio. Quello condotto dagli oppressori e dai loro eredi. Quello in cui il livore e la rabbia dei persecutori, che sembra inestinguibile, hanno ancora bisogno di nutrirsi del sangue e della carne degli oppressi.

Senza alcun dubbio, quest’ultimo concetto lascia la logica ed il buon senso privi di una ragione. Benché non sia auspicabile, è certamente comprensibile che gli oppressi possano in qualche modo esprimere il loro rancore nei confronti degli oppressori, ma il contrario, per essere compreso, merita obbligatoriamente il più nobile dei simposi psicoanalitici! 

Qual è la colpa degli oppressi, dei perseguitati e degli abusati? 

Nel giro di tre settimane, in questo agosto nero, la burocrazia olandese ha assassinato il quattordicenne Alì Ghezawi, la polizia vicentina ha afferrato per il collo il ventunenne Denis Romero, quella statunitense ha sparato 7 colpi nella schiena di Jacob Blake, il Governatore della Sicilia ha decretato con un’ordinanza lo svuotamento e la chiusura immediata dei centri di accoglienza per migranti dell’intera Isola e Fatu Fall, commessa in un negozio a Pistoia, si è sentita dire: «Non voglio essere servita da una nera…».

Le ipotesi sono almeno due: il Covid fa più danni al sistema nervoso che a quello respiratorio, oppure, molto più probabilmente, la politica del terrore è un’agente lievitante dei rigurgiti nazionali, xenofobi e colonialisti. 

In ogni caso, mi pare sempre più evidente che vi sia un’estrema ed urgente necessità di rivisitare la sanguinosa e centenaria storia del colonialismo, di cui la scuola di ogni ordine e grado, ormai prossima alla riapertura, deve assolutamente iniziare ad occuparsi in maniera seria e strutturata. Non solo con l’ausilio dei testi storici, ma anche con una tranquilla e comoda esplorazione di alcune opere letterarie, cinematografiche e teatrali relativamente recenti. Potrebbe essere sufficiente trascorrere una mezza giornata a contatto con queste storie per capire le ferite, i crimini, le devastazioni e la profonda ingiustizia perpetrata nei secoli dalla storia coloniale. 

Umberto Galeano, in «Le vene aperte dell’America latina», riferendosi allo sterminio di Maya, Inca ed Aztechi, ci parla di «un’opera» dei conquistatori capace di sterminare circa 90.000.000 di persone. Ai tanti che potrebbero, crudelmente, obiettare sostenendo che questa è «roba vecchia», potrei suggerire di guardarsi Blood Diamond, un film che ci presenta il volto sfigurato di quell’Africa ricca di materie prime sfruttate da potenze economiche straniere, grazie a modernissime multinazionali. Il film parla di diamanti che grondano del sangue di centinaia di migliaia di vittime e delle vite devastate dei bambini-soldato. Parla della relazione tra il commercio dei diamanti e quello delle armi, utili per istigare guerre e favorire le industrie belliche che, a loro volta, concorrono nella sottomissione di nazioni allo scopo di sfruttarne le materie prime. Una storia maledettamente contemporanea, come lo sono quelle di Iraq e Afghanistan, che conferma quanto quell’attuale sia la più florida forma di neocolonialismo vivente. 

Tutto questo ci rende, in qualità di eredi attivi e promoter attuali dello sfruttamento della povertà, colpevoli di reato contro quell’umanità di cui pretendiamo di limitare il movimento, il diritto nella ricerca della felicità, la liceità di inseguire uno straccio di vita dignitosa. La «moderna» legislatura quando definisce un uomo colpevole del reato di clandestinità si macchia essa stessa del medesimo crimine giacché lo alimenta, inducendo una fetta di umanità a vivere nascondendosi. Se poi volessimo sostenere che oltre alla clandestinità, questi «delinquenti» si macchiano anche del reato di contraffazione, ancora una volta a scagionare i presunti predatori (che si confermano nelle vesti di predati) ci pensa Roberto Saviano con il suo Gomorra, nel qual è resa esplicita la connivenza tra le grandi griffe, i loro manager e le mafie locali, che a loro volta assoldano i soliti disperati che dovranno servire poi da bersagli mobili.

È noto a tutti che l’Italia storicamente, con modalità dirette ed indirette, in epoche remote e recenti, si è macchiata del crimine coloniale. Le alleanze dello stivale col resto del mondo, in ogni epoca, rendono il nostro paese un corpo intriso del sangue e del dolore altrui. La povertà altrui ha concorso nell’edificazione del nostro impero economico. 

È questo che rende sostanzialmente ciascuno di noi reo, inconsapevole nella migliore delle ipotesi e non confesso nella peggiore. Del resto, molte delle realtà che siamo ancora disposti a considerare espressione di democrazia, libertà, innovazione tecnologica ed emancipazione sociale, devono la loro «fortuna» alla deportazione, allo schiavismo, all’occupazione del suolo altrui, allo sfruttamento minerario e petrolifero, all’invasione, al saccheggio ed alla sopraffazione sistematica di intere popolazioni.

In queste situazioni purtroppo la “legge” giunge a suggello del maltolto, come strumento per preservare i predatori ed il loro bottino da un possibile riscatto dei predati, di generazione in generazione. Si parte, come ben rappresentato nel film Amistad di Spielberg, dalle reti dei mercanti di schiavi che inseguono lungo le coste africane uomini e donne da sottomettere, sino a giungere ai giorni nostri in cui, sulle spiagge italiane, le “forze dell’ordine” inseguono i venditori ambulanti per impedirgli di raccogliere le briciole che sfuggono alle nostre fameliche fauci.

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