Rigenerare speranza a Riesi

Giovani da tutta Europa per parlare di aree interne, sviluppo e rigenerazione urbana. Consegnata alla città il bene confiscato alla mafia e affidato al Servizio Cristiano, rimesso a nuovo anche dagli stessi ragazzi e ragazze

Il 30 agosto ha chiuso i battenti a Riesi il primo Laboratorio Umano Territoriale con giovani provenienti da tutta Europa. Nello stesso giorno è stato inaugurato #CivicoCivico, il bene confiscato alla mafia e affidato al Servizio Cristiano, l’opera diaconale valdese fondata nel 1961 da Tullio Vinay.

Una leggera brezza accarezza le curve delle architetture del Villaggio Monte degli Ulivi e tutto intorno è silenzio. Ogni tanto, dalle finestre spalancate della Scuola Primaria, arriva il vociare sordo, attutito dalle mascherine dei bambini e delle bambine che, da oggi, sono tornati in classe. Del tumulto dei giorni precedenti rimangono le immagini dei volti, l’eco delle voci, le risate, le discussioni, i suoni del cantiere che ha recuperato un bene confiscato a Cosa Nostra ed affidato al Servizio Cristiano. 

È durato otto giorni il primo Laboratorio Umano di Rigenerazione Territoriale (#lurt2020), che, dal 22 al 30 agosto ha chiamato a raccolta ventuno ragazzi e ragazze da ogni parte d’Italia e d’Europa. Giovani architetti, designer, sociologi, archeologhe si sono dati appuntamento per questa prima edizione per discutere di aree interne, sviluppo e rigenerazione urbana. 

Stamattina una mascherina nera sventolava appesa ad un palo del recinto di legno. Una delle tante di Federico, che avrà smarrito nell’andirivieni tra il Villaggio del Servizio Cristiano e Via Piemonte, a Riesi, dove il bene confiscato ha preso forma, colore ed è stato simbolicamente ma generosamente riconsegnato alla città il 30 agosto durante una cerimonia pubblica a conclusione di questa prima edizione del Laboratorio alla presenza dei rappresentanti del Governo e del territorio provinciale. 

118677522_3486274028070204_5701136087375302674_o.jpg

Otto giorni di levatacce, di domande, pensieri, speranze, agápe. Chi l’ha detto, infatti, che la vocazione sia esclusiva dei credenti?
Abbiamo aperto ogni alba con una parola condivisa, annunciata, insieme. Laicamente. Affinchè le parole ci accompagnassero durante la giornata e ci restituissero forza. Utopia, speranza, giustizia, ascolto, azione, laicità, comunità. 

Dall’utopia, il luogo non ancora raggiunto, alla Comunità perché, per dirla con Paulo Freire, «nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo: ci si libera insieme».
E, davanti allo sguardo di questi ragazzi, una palazzina di due piani oltre al piano terra che è stata oggetto dell’intervento di recupero da parte del Collettivo Orizzontale, dall’architetto Flora La Sita. Perché le prediche senza la pratica sono soltanto suoni senza spartito, rumori indistinti che si spengono nel vuoto. 

Ecco, il LURT, ha provato a mettere insieme una riflessione sul mondo a partire dalle periferie, da quegli umani che vivono dimenticati, stretti nella morsa tra i clamori dell grandi città e le emergenze umanitarie.
Un progetto certamente ambizioso voluto dal Servizio Cristiano, grazie al supporto tenace della Tavola Valdese, e dall’Associazione Plug_in; sponsorizzato dal Forum Disuguaglianze e Diversità, Riabitare Italia, Politecnico di Torino, Regione Siciliana, Inarch Italia e Sicilia, Ordine degli Architetti della Provincia di Caltanissetta, Consiglio Nazionale degli Architetti. 

whatsapp_image_2020-08-31_at_08.21.53.jpeg

Ventuno coraggiosi, quindi. Ventuno testimoni inconsapevoli dell’agápe del mondo nuovo che viene, che risorge ogni volta, come l’araba fenice, e dispiega le ali verso gli altri, le altre.
Quando parlo del Servizio Cristiano, dell’utopia del mondo nuovo dentro le nostre Chiese, vengo talvolta accolto da disillusione: come dire, va bene il passato, ma l’oggi è difficile, funziona diversamente, insomma teniamo a bada l’entusiasmo e le visioni. 

Come se la fede si nutrisse solo di pragmatismo, delle nostre limitazioni, della necessità di ricondurre tutto ai piedi per terra.
Ed invece la fede significa anche concedersi la possibilità di osare, alzando almeno un piede alla volta da terra, per camminare, insieme ad altri, a quei cristiani inconsapevoli, come li avrebbe chiamati Vinay, che più dei cristiani consapevoli, sanno agire la speranza che è loro affidata. 

Quei cristiani inconsapevoli cui, dimenticando per un attimo le misure anti-covid, è alla fine scappato anche un abbraccio collettivo e, mentre Mercedes Sosa intonava il mantra ripetuto e ripetuto e ripetuto «cambia, todo cambia».
Sbaglierebbe chi ritenesse questa esperienza laicissima priva di spiritualità, l’ennesimo progetto in cui metter soldi e da cui “ricavare” poco. 

Lo Spirito si muove, sceglie momenti inaspettati, luoghi impervi e dimenticati, occasioni improvvise e crea Comunità.
Siamo nell’anno #senzasinodo ma tutt’altro che privo di benedizioni, di possibilità, di occasioni e di testimonianza. Basta semplicemente allargare lo sguardo e i paletti della tenda. 

Forse, chissà, l’emergenza pandemica non è che una opportunità per ricordarci in chi e in cosa abbiamo creduto.
Noi e i Ventuno impavidi. Ventuno volti a metà, coperti dalle mascherine, mentre piallano i legni degli arredi, dipingono le pareti, stravolgono le strade e la rassegnata vita di molti riesini che, ormai oltre gli scuri delle finestre, sono scesi per strada e portano acqua fresca, prugne, generi di conforto contro il caldo e, soprattutto, sguardi rinnovati di fiducia e condivisione.
Siamo sulla terrazza della Scuola Primaria, io e l’architetto Piccardo, compagno di viaggio che ha voluto con me buttarsi in questa ennesima follia. Tra poche ore ci saluteremo e saluteremo questi ventuno pionieri di cui già sentiamo la nostalgia. 

Il sole scende oltre la collina e riverbera di rosso il tetto della Scuola dell’Infanzia, sotto i nostri sguardi stanchi mentre ci ritroviamo a parlare di utopia.
Ci schermiamo e, scherzando, per un attimo ci sentiamo come Ricci e Vinay che, forse un giorno di quel lontano 1961-62, passeggiando per un villaggio ancora incompleto, immaginato più che realizzato, avranno condiviso un tramonto. 

Forse è questa la strada, o almeno una strada possibile. Che, tuttavia, devia dai percorsi battuti, si inerpica per mulattiere inesplorate e dischiude davanti ai nostri occhi quella piazza, immensa, che è il mondo. In cui, per usare le parole che abbiamo adottato nel nostro agire, poter aprire le braccia a chi incontriamo. 

Per saperne di più visitate il sito o le pagine Facebook e Instagram del Servizio Cristiano. Ne scoprirete delle belle. 

 

Interesse geografico: