Il futuro che ci aspetta

Un giorno una parola – commento a Ecclesiaste 7, 14

Nel giorno della prosperità godi del bene, e nel giorno dell’avversità rifletti. Dio ha fatto l’uno come l’altro, affinché l’uomo non scopra nulla di ciò che sarà dopo di lui 
Ecclesiaste 7, 14

Sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno
Romani 8, 28

Spesso, in questo tempo di crisi parossistiche da Covid, ho sentito citare le parole di Arthur Schopenhauer: «La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore».

Tutto questo pessimismo non può esistere nella mente di chi ha fede. Vero è che la vita si snoda tra alti e bassi come se stessimo sulle montagne russe, ma il suo oscillare non è tra poli negativi, ma opposti: benessere e avversità.

Momenti di benessere e di avversità segnano la vita di ogni essere umano e anche noi Cristiani non siamo esenti dall’oscillare in questa bipolarità. A noi, però è richiesto di esercitare la fede, magari anche con veemenza. Ricordate la tempesta raccontata nel vangelo di Marco? I discepoli scossero bruscamente il Maestro dormiente in modo insolente: «Maestro, non t’importa che noi moriamo?». Oserei definire quella dei discepoli una fede insolente: essi sapevano che un intervento di Gesù avrebbe rimesso le cose a posto.

Il Signore conosce i nostri bisogni, vede il nostro malessere ed interviene continuamente, come afferma il profeta Geremia: «Le sue compassioni si rinnovano ogni mattina» (Lamentazioni 3, 23).

L’autore di Ecclesiaste, come Schopenhauer, purtroppo ha torto: a noi, per fede, è dato di conoscere il nostro futuro: dopo la morte viene il giudizio (cfr. Ebrei 9, 27), e poiché noi sappiamo in Chi abbiamo creduto, restando fedeli alla nostra vocazione sino alla fine, sappiamo che ci aspetta un futuro roseo.

Questa certezza ristori la nostra vita nell’oggi e ci faccia dire con l’apostolo Paolo: «So vivere nella povertà e anche nell’abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato a essere saziato e ad aver fame; a essere nell’abbondanza e nell’indigenza» (Filippesi 4, 12), e questo perché anche Cristo è passato dalla gloria dei cieli alla polvere del Calvario per andare incontro ad un futuro eccelso del quale ci ha fatto eredi (cfr. Filippesi 2, 6-11). Per fede.

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