«La pace non si predica, si pratica!»

Il commento della moderatora Trotta sull’Incontro internazionale per la pace promosso dalla Comunità di Sant'Egidio

Il 20 ottobre a Roma si è tenuto l’Incontro internazionale per la pace dal titolo "Nessuno si salva da solo – pace e fraternità", promosso dalla Comunità di Sant’Egidio

Alla presenza dei leader delle grandi religioni mondiali e insieme ad autorevoli rappresentanti delle istituzioni, tra cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è stato proclamato e sottoscritto l’Appello di pace, consegnato da un gruppo di bambini agli ambasciatori e ai rappresentanti della politica nazionale e internazionale. 

Un appello in cui si legge: «Le guerre e la pace, le pandemie e la cura della salute, la fame e l’accesso al cibo, il riscaldamento globale e la sostenibilità dello sviluppo, gli spostamenti di popolazioni, l’eliminazione del rischio nucleare e la riduzione delle diseguaglianze non riguardano solo le singole nazioni. Lo capiamo meglio oggi, in un mondo pieno di connessioni, ma che speso smarrisce il senso della fraternità». E quindi, «ai responsabili degli Stati diciamo: lavoriamo insieme ad una nuova architettura della pace. Uniamo le forze per la vita, la salute, l’educazione, la pace».

L’evento, che ha visto la presenza di Papa Francesco ed è stato trasmesso in diretta su Rai1, in un primo tempo ha ospitato le preghiere per la pace, in luoghi differenti secondo le diverse tradizioni religiose. I cristiani si sono riuniti in preghiera nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli. A questo è seguita la cerimonia finale sulla Piazza del Campidoglio, con interventi e testimonianze dei vari leader religiosi. Tra questi erano presenti anche la moderatora della Tavola Valdese, Alessandra Trotta, e la presidente dell’Opera per le chiese evangeliche metodiste, Mirella Manocchio.

Un solenne momento di riflessione e di incontro per guardare al futuro con speranza che la moderatora ha commentato così: «Abbiamo accolto anche quest’anno con gioia l’invito della Comunità di Sant'Egidio a partecipare all'Incontro internazionale per la pace insieme ai rappresentanti di altre importanti confessioni religiose, tutti fortemente determinati a spezzare il binomio “religioni-guerre”. Il cedimento, infatti, nel corso della storia, a strumentalizzazioni che fanno leva su tentazioni di potere, ricerca di privilegi o anche solo sul bisogno di riconoscimento e protezione ha, purtroppo, impresso un marchio infamante su molte esperienze religiose».

La moderatora ha ricordato poi l’esperienza dei Corridoi umanitari, condivisa in Italia proprio con la Comunità di Sant'Egidio e la Federazione della chiese evangeliche in Italia: «Un progetto che ha reso visibili, anche alle tante generazioni che nel nostro Paese non hanno mai vissuto sulla propria pelle il dramma della guerra, le terribili ferite fisiche, psicologiche, spirituali delle troppe guerre che insanguinano ancora un mondo sempre più interconnesso e una famiglia umana divisa da troppe diseguaglianze e discriminazioni».

La pace, insomma, si costruisce a partire dai luoghi vicini: «La pace non si predica, si pratica! - conclude la moderatora -. Parafrasando Gesù: non chi dice “pace, pace”, ma chi sceglie e agisce in conformità alla volontà del Signore per l’intera sua creazione sperimenta la benedizione di una vita che si inserisce già pienamente nella dimensione del Regno di Dio».

Quello di quest’anno è stato il trentaquattresimo incontro promosso dalla Comunità di Sant’Egidio ispirato allo storico incontro interreligioso voluto da Giovanni Paolo II nel 1986. Uno spirito di dialogo e amicizia che invita uomini e donne di religione a riconoscersi nella comune umanità e ad affrontare insieme la lotta per la vita di tutti.

Da chiesavaldese.org

Foto di Marco Pavani

Preghiera, giustizia, tensione verso l'unità

Pregare, esercitare la giustizia ed essere una cosa sola: queste le indicazioni che Heinrich Bedford-Strohm, presidente del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania (Ekd) ha posto al centro del proprio intervento, nel corso dell’incontro di Roma. 

Partendo dal testo di Isaia 58, 6-12 (il digiuno gradito a Dio), che termina con le parole «La tua gente riedificherà le rovine antiche, ricostruirai le fondamenta di trascorse generazioni...», Bedford-Strohm ha spiegato che nella crisi indotta dalla pandemia, per essere «messaggeri e agenti della guarigione di Dio», dobbiamo passare proprio attraverso questi tre impegni: nella preghiera «portiamo davanti a Dio i nostri dolori (...), le nostre domande senza risposta». D’altra parte, «Non c’è preghiera, non c’è digiuno, dice il profeta Isaia, senza esercitare la giustizia. Come dice Gesù: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli e sorelle più piccoli, l’avete fatto a me”». Quanto alla «passione per l’unità della Chiesa» – ha proseguito – «è parte del Dna stesso di ciascuna Chiesa». D’altra parte, come si chiede Paolo nella I Lettera ai Corinzi, «È forse diviso il Cristo?» (1, 13). «Pace e giustizia si abbracceranno. E nessuna pandemia lo impedirà», ha concluso.

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