Roma. Mazzola e le indagini per le minacce di morte

Oggi la giornalista Rai racconterà alcuni retroscena dell’aggressione mafiosa subita il 9 febbraio 2018 a Bari dalla boss Monica Laera. Parlerà anche della scarsa informazione sui temi di mafia 

Oggi alle ore 13 presso Palazzo San Macuto a Roma, l’inviata speciale del TG1, Maria Grazia Mazzola, sarà ascoltata dal Comitato per la tutela dei giornalisti minacciati presso la Commissione parlamentare nazionale antimafia, presieduto dall’on. Walter Verini. Mazzola ha tre procedimenti giudiziari per le minacce di morte e intimidazioni ricevute a seguito delle inchieste svolte in Italia e all’estero.

«Per la prima volta – ci racconta Maria Grazia Mazzola raggiunta al telefono – racconterò alcuni retroscenadell’aggressione mafiosa che ho subito il 9 febbraio 2018 a Bari per mano della boss Monica Laera, già condannata in Cassazione con l’accusa di associazione di stampo mafioso. Ribadirò che è uno scandalo che questa donna sia libera e che non le sia stata applicata una misura di prevenzione dopo la violenza fisica di cui sono stata vittima. Qual è il messaggio che il cittadino medio riceve, vedendo che una boss, che sferra un cazzotto in pieno viso ad una giornalista mentre sta svolgendo il suo lavoro, rimane libera? È un fatto inaccettabile! Poi mi soffermerò sui rischi legati alle inchieste che ho fatto e sulle minacce che ne sono derivate. Il segretario dell’associazione Stampa Romana, Lazzaro Pappagallo, che sarà presente all’incontro di oggi, ha scritto più volte agli organi competenti sollecitando la mia tutela e, dunque, la mia protezione. Ma siamo ancora in attesa di risposta, e sono passati ben due anni pieni dall’aggressione avvenuta nel quartiere Libertà. Il 3 dicembre ci dovrebbe essere l’udienza finale con la sentenza. Speriamo che non ci saranno rinvii legati all’emergenza Covid-19».

 

La seconda indagine in corso riguarda le minacce di morte che la giornalista Mazzola ha ricevuto dalla Slovacchia dopo le sue denunce e rivelazioni sulla corruzione della polizia slovacca e sugli omicidi del giornalista investigativo Jan Kuciak e della fidanzata Martina Kusnirova avvenuti il 21 febbraio 2018. «Il 30 aprile 2019 – ricorda Mazzola – dal profilo Facebook di un noto criminale mi è arrivato un messaggio con una bara, un pugnale, un ghigno, ed il mio nome di battesimo con sopra un punto interrogativo. Sono andata subito alla polizia postale a denunciare l’accaduto». La minaccia arriva dopo gli scoop che la giornalista Rai fa in Slovacchia: all’interno dello speciale TG1 Euromafie, Mazzola pubblica alcune foto che attestano che Jan Kuciak era spiato e pedinato su ordine dell’uomo d’affari Marián Kočner, uomo senza scrupoli che ha prima minacciato il giovane reporter e poi, non riuscendo a farlo tacere, lo ha fatto uccidere. Queste erano le accuse, ma Kočner è stato assolto.

Sempre Mazzola scopre un rapporto della polizia slovacca del 2013 che aveva già constatato i reati che l’esponente della ‘ndrangheta Antonino Vadalà aveva compiuto – traffico internazionale di cocaina e frode per i fondi UE –, rapporto che viene lasciato però chiuso in un cassetto. 

La giornalista scopre ben 453 intercettazioni telefoniche a carico della ex assistente di Robert Fico, allora capo di governo della Slovacchia, Mária Trošková, ex socia in affari di Vadalà ma ancora in contatto con il criminale. Queste intercettazioni, nell’ambito della Procura di Venezia, hanno dimostrato che la donna aveva un ruolo di governo, accanto al premier. «Una cosa di una gravità eccezionale – commenta Mazzola –. Il mio lavoro giornalistico rivelava che la ‘ndrangheta si era radicata indisturbata in Slovacchia, dove il trafficante di droga Nino Vadalà aveva sviluppato i suoi traffici illeciti – protetti –, costruendo una rete di aziende e società, e godendo di amicizie politiche. Recentemente Vadalà è stato condannato in Italia, nell’ambito dell’indagine condotta dalla Procura di Venezia, a nove anni e quattro mesi di carcere per essere un narcotrafficante internazionale. Anche su questo stava indagando Jan Kuciak quando è stato assassinato».

È dopo questi scoop mandati in onda negli speciali di TG1, che Mazzola riceve minacce di morte dalla Slovacchia, il 30 aprile 2019. Ma anche da Malta giungono intimidazioni. Quattro mesi prima di Jan Kuciak, il 16 ottobre 2017, viene uccisa a Malta con un’autobomba la giornalista investigativa Daphne Caruana Galizia. Marián Kočner ha investimenti anche a Malta e Daphne indagava sul riciclaggio di danaro sporco mentre Jan sulle frodi fiscali e sulla ‘ndrangheta.

La terza indagine è in relazione all’evasione dal carcere di Foggia di Ivan Caldarola avvenuta il 9 marzo 2020 durante la protesta scoppiata anche in altre carceri italiane dopo la comunicazione della sospensione dei colloqui con i familiari, in attuazione delle disposizioni del Governo per limitare il contagio dal virus Covid-19. Mazzola prepara subito un appello su Facebook con una foto segnaletica di Caldarola per invitare i cittadini a denunciarlo alla polizia, se avvistato. «Immediatamente mi è arrivata una minaccia – ricorda Mazzola – che ho fatto appena in tempo a fotografare: in dialetto pugliese mi veniva detto che dovevo farmi i c…i miei e che aveva fatto bene Monica Laera ad aggredirmi. Ho fotografato per fortuna subito quel messaggio, che è stato poco dopo eliminato, e l’ho consegnato alla polizia postale. Proprio per approfondire tutte queste vicende, sono stata invitata oggi a riferirne. L’informazione sulle mafie lascia veramente a desiderare. Anche all’interno della Rai, l’informazione sulle mafie viene relegata di notte e vengono mortificate le professionalità più scomode. Si preferisce dare spazio alla retorica, e alle commemorazioni ufficiali. Ci sono rare eccezioni, ma stiamo parlando di gocce nell’oceano. L’informazione sui temi di mafia scarseggia, soprattutto se tocca il connubio con la politica: hanno ragione il pm Nino Di Matteo e Salvatore Borsellino a denunciarlo. Rischiamo che l’informazione sulle mafie sparisca, perché il lavoro di indagine, approfondimento è costoso, comporta problemi, minacce e spesso le aziende di informazione non vogliono rogne. Invece il servizio pubblico deve essere in prima fila per garantire ai cittadini la conoscenza dei fatti». 

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