Il dialogo nei giorni degli attentati

La Francia è un obiettivo simbolico più di ogni altro, ma sotto attacco sono anche i milioni di musulmani che vivono in Europa. Allora, con loro, occorre fare fronte contro i fondamentalismi

La coincidenza non poteva essere peggiore: il 27 settembre si è svolta la Giornata del Dialogo cristiano-islamico e, dopo l’attentato islamista a Parigi del 22 ottobre i cui è rimasto ucciso il professor Samuel Paty, il 29 al grido macabro di Allah “Akbar” un giovane terrorista ha accoltellato e ucciso tre persone della cattedrale di Nizza. Da una parte la logica del dialogo e il protagonismo dell’islam che predica la convivenza delle diverse religioni; dall’altra il furore del terroristi islamisti che si esprimono con parole di odio e atti di violenza nei confronti di cristiani, ebrei e di quanto, ai loro occhi annebbiati da un’ideologia blasfema e sanguinaria, si può ricondurre all’Occidente e alla sua tradizione filosofica, giuridica e religiosa.

In questa prospettiva la Francia è un obiettivo eccezionalmente simbolico: paese di solida tradizione cattolica ma anche culla della laïcité, variante molto specifica e profilata del separatismo laico tra Stato e confessioni religiose. Si tratta infatti di un principio giuridico che si propone come vera e propria “religione civile” che guarda con sospetto a ogni espressione pubblica delle comunità di fede. Emblematico, a questo riguardo, il divieto di indossare simboli religiosi – un hejab, la kippah o una croce “ostensiva” (sic) – negli spazi pubblici come scuole e ospedali. Ed è nel nome della laïcité che ampi settori della società francese rivendicano il diritto di criticare, irridere e persino offendere le religioni. Il problema è che questa libertà si esercita soprattutto nei confronti dell’islam mentre è assai più prudente nei confronti di altre comunità di fede, a iniziare da quella cristiana o da quella ebraica. Le famose vignette di Charlie Hebdo che irridono a Mohammed e con tratti pungenti quanto volgari ridicolizzano le tradizioni islamiche costituiscono una campionario illuminante di una satira senza limiti di rispetto e di buon gusto. La laïcité è così diventata lo scudo dietro il quale si protegge quello che, anche in Italia, denunceremmo come razzismo islamofobico e incitazione all’odio nei confronti di un credo religioso. Gli argomenti a favore e contro i rigori della laïcité sono ben noti e non è nostra intenzione richiamarli. Qui ci preme sottolineare un altro problema: il fatto che i recenti attentati in Francia abbiano rilanciato il mantra della insensatezza del dialogo con l’islam che sarebbe una religione intrinsecamente violenta e intollerante, a dispetto delle anime belle che partecipano a preghiere e incontri interreligiosi. 

Contestiamo questa tesi e crediamo che i processi interni all’islam mondiale lo confermino con forza: i primi nemici degli islamisti radicali sono i musulmani, non solo quelli “moderati” come noi europei amiamo definirli – ma i musulmani “reali”, quelli che al Cairo o a Milano, a Francoforte o a Amman vivono normalmente, lavorando, studiando, partecipando alla vita culturale e politica dei loro paesi. È questo il nemico principale e irriducibile dell’islamista radicalizzato, convinto che ciò che egli percepisce come la decadenza dell’islam è frutto di una sua evoluzione e modernizzazione teologica e persino della sua laicizzazione. Le biografie dei vari attentatori suggeriscono che il radicalizzato tipico è un musulmano che si è convinto che l’oppressione politica che subisce, la povertà che lo affama o il semplice disagio sociale di cui è vittima derivino dal “tradimento” operato dal modernismo islamico, dalla sua complicità con l’Occidente, i suoi valori e le sue tradizioni. In questa nostalgia reazionaria il fondamentalismo islamista idealizza l’età aurea del califfato, quando l’islam si espandeva e veniva temuto e rispettato. È il paradigma mentale di tutti i fondamentalisti, sempre alla rincorsa di un passato glorioso nell’illusione che gesti violenti ed estremi possano riscattare un presente misero e frustrante. Per dirla con Oliver Roy, non siamo di fronte a un islam che si radicalizza ma a un radicalismo che si islamizza trovando nel facile catechismo dell’orrore jihadista il linguaggio più efficace per combattere la sua guerra.

In questo quadro, gli attentati altamente simbolici contro obiettivi cristiani, ebraici e occidentali sono le micce di innesco di bombe che, nelle intenzioni degli islamisti radicalizzati, devono esplodere nel Dar al-Islam, nelle terre dell’islam dove la religione rivelata al profeta Mohammed è maggioritaria. Tra le vittime di questo delirio teopolitico, vi sono proprio i musulmani d’occidente – in Europa sono oltre 14 milioni – con i quali ogni giorno interagiamo nella vita lavorativa, nelle relazioni sociali, nel dialogo interreligioso. In questo senso non sono la versione “moderata” di una religione “violenta” ma sono semplicemente i “musulmani”, uomini e donne che – esattamente come i cristiani – vivono la loro fede in forme e modi assai differenziati, persino secolarizzati, e comunque alieni da ogni logica di guerra all’Occidente o ai “crociati”. 

Per questa ragione il dialogo, più che utile diventa necessario. La costruzione di un fronte interreligioso contro i fondamentalismi è l’investimento culturale e spirituale più urgente e redditizio in un tempo nel quale proprio il radicalismo – non solo quello islamista – si propone come “ideologia”. L’ultima terribile, blasfema, residua ideologia nel tempo post-moderno dell’incertezza. 

Foto di Gyrostat

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