40 anni fa il terremoto dell’Irpinia

Ricorre oggi l’anniversario del disastroso sisma che rase al suolo interi paesi, provocando quasi tremila morti, più di ottomila feriti e 300mila senzatetto. Un ricordo di Salvatore Cortini, direttore del Centro sociale «Casa Mia – E. Nitti» di Ponticelli (Na)

40 anni fa, il 23 novembre 1980, alle ore 19.34 di una domenica come tante altre, la terra compresa tra la Campania e la Basilicata tremò per circa 90 secondi. Si consumò il disastroso terremoto dell’Irpinia che seminò morte e distruzione: una scossa di magnitudo 6.9 (decimo grado della scala Mercalli all’epicentro) rase al suolo interi paesi, provocando quasi tremila morti, più di ottomila feriti e 300mila senzatetto.

I giorni successivi si caratterizzarono per le denunce degli imperdonabili ritardi nei soccorsi: immediata fu quella dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, accorso quasi subito sui luoghi del sisma. E ancora, per la lentezza che accompagnò il processo di ricostruzione delle case, mentre si alzava il grido degli sfollati che, con il freddo e la neve incombenti, venivano accampati prima in tende e vagoni ferroviari, poi nelle roulotte, infine nei container, per molti anni rimasti l’unica dimora di migliaia di famiglie. Grande fu la solidarietà da parte di tutto il paese. Si mobilitarono anche le chiese evangeliche. Ricordiamo alcuni momenti di quell’evento con Salvatore Cortini, direttore del Centro sociale «Casa Mia – E. Nitti» di Ponticelli (Na), opera metodista, sorta proprio negli anni del post terremoto.

«La sera del 23 novembre 1980 ero a Ponticelli a casa di mia madre insieme a Mena, allora mia fidanzata, per la consueta visita domenicale. Erano da poco passate le 19 e, mentre guardavamo la televisione, sentimmo un boato; uscimmo subito fuori nel cortile dove ci sembrò che i palazzi che vi si affacciavano ci venissero addosso. Fu un momento di grande panico, ma non ci eravamo ancora resi conto di quello che era avvenuto in quegli interminabili 90 secondi. Io e Mena, che sarebbe poi diventata mia moglie, eravamo ignari che quell’evento avrebbe cambiato la nostra vita».

Grande fu la mobilitazione delle chiese evangeliche italiane ed estere, la cui gestione fu presa dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei). «Le chiese si mossero subito – ricorda ancora Cortini –, partì il Servizio di azione sociale (SAS) che gestiva tutto l’intervento messo in campo nelle zone maggiormente colpite: Avellino, Salerno e Potenze; oltre 600 furono i comuni interessati globalmente dal sisma. I morti furono tantissimi, i danni tantissimi, e la Fcei mise in piedi un intervento ingente: in particolare, nacque un centro a Monteforte Irpino (AV), dove fu acquistato un terreno, un vecchio ippodromo, dove sorsero 30 casette prefabbricate; lì fu attivato un asilo, una scuola materna, ed un intervento sociale ad ampio raggio. A Senerchia (AV) sorse nel 1982 una cooperativa agricola zootecnica per il sostegno dell’occupazione; e a Ponticelli, tre anni dopo il sisma, in un’area dove praticamente non c’era nulla, sorse un villaggio con 60 casette monofamiliari, di 64 quattro metri quadrati, che servirono all’amministrazione comunale per liberare alcuni edifici scolastici, occupati in quel tempo dai terremotati, e che dovevano essere ristrutturati. Molti fratelli e sorelle delle comunità evangeliche napoletane si impegnarono nel volontariato a vari livelli. Per i nostri numeri si trattò di un intervento importante, segno della grande sensibilità delle chiese locali».

Dopo quasi 40 anni dal sisma dell’Irpinia, il Centro sociale Casa Mia - E. Nitti continua a Ponticelli la sua azione sociale. «Abbiamo resistito in anni difficili, comprendendo nel corso del tempo sempre più chiaramente quale poteva essere la nostra azione sociale. Il nostro Centro vive la propria vocazione nel tempo e nell’attenzione che dedichiamo agli altri, tra ascolto e solidarietà. Oggi la nostra diaconia è in rete con le altre realtà associative, interagisce, progetta insieme ad altri soggetti sul fronte della solidarietà, dell’azione sociale e culturale. Questo centro è ancora oggi un luogo che le chiese evangeliche napoletane sentono proprio, un punto di riferimento».

In questi giorni, diversi servizi sui mass media ripercorrono il sisma del 1980, con analisi, inchieste che evidenziano gli errori e le distorsioni del progetto per lo sviluppo delle aree del terremoto messe in campo dallo Stato, con i grandi sprechi e le intromissioni della camorra. Cosa le chiese hanno imparato da quell’esperienza che le vide coinvolte in prima linea?

«Credo che abbiamo imparato a fare i conti con le nostre forze; da quel momento credo che sia cambiato il modo di concepire il nostro intervento diaconale. Interventi massicci, come quelli posti in essere nel post terremoto dalle chiese, non possiamo più permetterceli, o quanto meno non possiamo farli da soli. Di quell’esperienza rimane oggi vivo il coraggio di molti fratelli e sorelle che con grande passione vollero sporcarsi le mani, rispondendo alla vocazione cristiana ad essere accanto a tanti uomini, donne, bambini che erano stati colpiti duramente dalla tragedia del terremoto. E rimane ancora centrale il Vangelo che ogni giorno ci interroga su cosa fare come singoli e chiese per il nostro paese».

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