Paura di ciò che ci può separare da Dio e dal prossimo

Un giorno una parola – commento a I Pietro 1, 17

Il Signore disse a Isacco: «Soggiorna in questo paese e io sarò con te e ti benedirò»
Genesi 26, 3

Comportatevi con timore durante il tempo del vostro soggiorno terreno
I Pietro 1, 17

“Timore”: una traduzione edulcorata per il sostantivo greco “phobos” che ci parla di paura e terrore. 

Secondo il pensare umano, comportarsi con paura è ciò che non si deve fare. «Non avere mai paura - vai avanti con la schiena diritta»: sono questi i consigli che ci sentiamo ripetere e che noi stessi diamo alle persone che vivono nella difficoltà. 

La paura è sentita come un male da scardinare dalla nostra vita, come un impedimento alla nostra realizzazione, come un precipizio che ci trascina nella profondità della disperazione.

Nel nostro mondo è quasi proibito avere paura perché, come si dice, la paura è segno di debolezza.

Ma nella sua lettera, l’apostolo Pietro rivolge un invito ai cristiani, a coloro che invocano «come Padre colui che giudica senza favoritismi», dicendo: «comportatevi con paura», o meglio ancora potremmo tradurre «siate convertiti alla paura». Fate cioè della paura un compagno della vostra vita. Davvero incomprensibile alle nostre orecchie; nessuno di noi ama la paura e ricorriamo ad ogni mezzo per non incontrarla sulla nostra strada. Eppure Pietro ordina (il verbo è all’imperativo) una conversione verso la paura, per usarla come mezzo di sopravvivenza in questa “residenza straniera” (il soggiorno terreno) in cui viviamo. Senza la paura il rischio è di diventare vittima del peccato del mondo, dal quale Cristo ci ha riscattati con il suo sangue (I Pt 1, 19). Non paura di Dio, quindi, ma paura di ciò che ci può separare da Dio. Non paura degli altri esseri umani, ma di ciò che ci divide dagli altri esseri umani. Convertiti alla paura, per vivere nella santità a cui siamo chiamati da colui che è Santo. Amen!

 

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