Un nuovo turismo per la montagna

Il modello di sviluppo legato alla “monocoltura dello sci” ha mostrato tutti i suoi limiti nella recente pandemia, mettendo in ginocchio il settore. Intervista al giornalista e scrittore Roberto Mantovani per il free press Eco delle valli valdesi di febbraio

Oltre 400 aziende funiviarie per un fatturato di oltre un miliardo di euro. Altri 3,6 miliardi legati alla ristorazione, rifugi e noleggio del materiale per lo sci alpino. E ancora: 180 milioni di euro legati alle scuole di sci. Sono solo alcuni dei dati riportati da La Repubblica, legati all’industria dello sci alpino. E si riferiscono al 2018-19. Per la stagione 2020-21 le cifre sono azzerate.

«La pandemia non ha fatto altro che far deflagrare una situazione insostenibile da tempo – spiega Roberto Mantovani, giornalista, scrittore ed esperto conoscitore della montagna sotto i suoi molteplici aspetti –. I grandi comprensori sciistici stanno vivendo una crisi che si protrae nel tempo. Eppure si continuano a fare grandi investimenti in infrastrutture come impianti nuovi e grandi bacini artificiali per garantire l’acqua in inverno per l’innevamento artificiale. Ma i bilanci sono sempre di più in rosso e soltanto grazie agli aiuti statali si riesce ad andare avanti. Lo sci è stato paragonato a uno sviluppo industriale: ma questo ha bisogno di una stabilità che l’ambito dello sci non può garantire, essendo dipendente da fattori naturali».

Ma che cosa è successo in questi ultimi decenni per arrivare a questo punto? «Lo sci alpino – continua Mantovani – si è trasformato notevolmente. Si è creata una “monocoltura” che però è destinata sempre di più a entrare in crisi. I motivi sono variegati ma il cambiamento climatico è quello che incide maggiormente: inverni più caldi, precipitazioni nevose sempre minori e con un’intensità e una tipologia diversa rispetto al passato. La neve al suolo in media è scesa da 130 a 100 giorni all’anno. Le altre attività legate alla montagna d’inverno sono passate in secondo piano, nel nome dello sci. Certo, ci sono delle eccezioni, delle stazioni, soprattutto di dimensioni contenute, che sono bene inserite nell’ambiente montano. Prendiamo l’esempio di Prali: un piccolo centro che produce ricchezza per una valle intera, crea indotto senza essere troppo impattante sul territorio e riuscendo a superare anche momenti di crisi, proprio perché può permettersi alcune scelte che le grandi stazioni non possono più fare».

Ma c’è una via d’uscita? Una soluzione per permettere ai territori montani di continuare a vivere grazie al turismo? «Il discorso è molto complesso. Gli impianti di risalita non sono da demonizzare, bisogna però intraprendere una strada nuova, sedersi intorno a un tavolo e discutere, con persone competenti, di un nuovo modo di fare turismo per la montagna, nella stagione invernale ma non solo. Di esempi in giro per le Alpi ne abbiamo molti: Cervières, fra il Queyras e il Brianzonese, ha rinunciato negli anni ‘70 alla costruzione di un grande comprensorio, preferendo puntare ad altre attività come lo sci di fondo, lo sci-alpinismo… In Svizzera molte piccole e medie stazioni hanno iniziato a tracciare e a battere con un piccolo “gatto delle nevi” dei percorsi nei boschi o che collegano varie borgate, per permettere a chi non scia di poter comunque godere della montagna in inverno in sicurezza. E addirittura Chamonix, la “capitale mondiale dello sci”, come amano chiamarla i francesi, ha iniziato a diversificare l’offerta turistica, rendendosi conto che la direzione intrapresa nei decenni scorsi non ha molto margine».

Il discorso è davvero complesso e va a toccare molti aspetti della montagna. «È un discorso anche culturale: bisogna saper comunicare le nuove proposte, bisogna guidare le persone a scegliere nuove strade. Non è più tempo di rimandare le decisioni, bisogna agire senza arrivare ad arroccarsi su posizioni estreme sia da un lato (impianti dappertutto) sia dall’altro (mantenere intatta la montagna); non è un discorso fra buoni e cattivi. La montagna ci colpisce anche perché l’uomo fin dal Medio Evo l’ha modellata e varrebbe la pena riscoprirla anche dal punto di vista della sua antropizzazione».

Un invito quindi rivolto a chi governa le alte terre a rimettere tutto in discussione prendendo spunto da ciò che già esiste, ma che deve essere valorizzato e differenziato. Perché la monocoltura dello sci alpino, almeno quello di un certo tipo, sembra davvero avere le stagioni contate.

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