Un XVII Febbraio nel segno della gratitudine

A un anno dall'inizio della pandemia non si perde il coraggio della testimonianza

Quando stavamo apprestandoci a ricordare il XVII Febbraio lo scorso anno, non potevamo immaginare che in breve avremmo cominciato ad avere notizia di culti sospesi, di funerali limitati nella partecipazione. Le prime notizie, da Lombardia ed Emilia-Romagna, le abbiamo riportate nell’ultimo numero di febbraio. E poi, via via, tutto quel che sappiamo. Di fronte a un turbine dai contorni indefiniti, che implacabile trascinava nel gorgo delle cifre le prime vittime e produceva incertezza, panico, angoscia, le chiese evangeliche hanno reagito rapidamente: si sono attrezzate dal punto di vista tecnico con immediatezza e creatività, e hanno cominciato a veicolare contenuti spirituali e teologici importanti. Riflessioni approfondite, drammatiche. Il richiamo a una sorta di “attraversamento del deserto” è risuonato con consapevolezza nell’urgenza del dramma. E poi, in una successiva fase di relativa maggior tranquillità, si è andati oltre: una sessione importante dell’Assemblea degli iscritti e iscritte a ruolo della Tavola valdese, pur percorsa dall’emozione, ha analizzato lucidamente le emergenze e le risposte date. La chiesa, nella fase più acuta (soprattutto perché imprevista) ha scoperto i limiti suoi e della nostra condizione umana, ma ha tirato fuori il ricco bagaglio di formazione che si è andata costruendo nel tempo. Ha scoperto la propria precarietà, ma ha avuto la percezione dell’essenziale che la vivifica.

È passato un anno, giorno più giorno meno, a seconda di quale evento scegliamo di prendere come riferimento (lo stato di emergenza del 31 gennaio? il primo Dpcm? il lockdown? le prime vittime?). Se scegliamo il 17 febbraio è perché tale ricorrenza si ispira alla gratitudine, la stessa del 1848. I valdesi avevano già, tante volte nei secoli, sperimentato la grazia di poter sopravvivere per continuare la propria opera di annuncio dell’Evangelo: e ora ciò sarebbe potuto avvenire alla luce del sole, uscendo progressivamente dal “ghetto”, per rendere un servizio ai loro concittadini. Acquisirono diritti per vivere nel dovere della testimonianza, e lo fecero innanzitutto nella gratitudine. Al sovrano espressero riconoscenza su una famosa bandiera, ma ciò che più conta è la lode che hanno rivolto a Dio. Ringraziando quel Dio hanno consolidato la propria forza, andando oltre le proprie radici, per unirsi ad altri e altre evangelici, parimenti convinti della bellezza di portare l’Evangelo e di vivere liberi per servire. Tutto questo ricorderemo anche quest’anno, nelle forme che saranno praticabili.

La strada è ancora lunga prima che si torni a una supposta “normalità”. Ma prima di allora dovremo ancora tenerci stretti i legami di fede e condivisione, la frequentazione della Parola e della preghiera, che per generazioni hanno aiutato i valdesi e gli altri evangelici, in Italia e in ogni condizione di sofferenza. Una circostanza ancora impegnativa: sopportare una rigida, ma breve, riduzione delle libertà può essere più agevole che convivere a lungo con provvedimenti meno restrittivi. L’abitudine non necessariamente ci migliora, a volte può logorare, e mette a dura prova soprattutto chi è costretto a lontananza e solitudine, in modo diversi soprattutto gli anziani e ragazzi e ragazze. È difficile, si tratta di abituarsi alla limitazione di attività e gioie, per responsabilità e solidarietà. Si può fare e si fa. Ma richiede fatica.

La forza che può alleviare questa fatica viene da chi, avendoci amati e amate per primo, non ha fatto mancare il suo sguardo benevolo, anche quando tutto, a vista nostra, sembra precipitare. Lutero scriveva che può esserci una chiesa che rimane nascosta al mondo, ma essa è ben manifesta al Signore. Egli sempre se ne cura. Il giorno che potremo tornare a una relativa normalità, che sarà pur sempre la normalità di creature fragili e limitate, vivremo nella riconoscenza verso chi «ha conservato in vita l’anima nostra e non ha permesso che il nostro piede vacillasse» (Salmo 66), perché ci sarà ancora tanto da fare: anche, e soprattutto, in una società secolarizzata come la nostra c’è sete di Evangelo.

(foto Pietro Romeo)