Fototessere 19: la gioia di rispondere a una chiamata

Renato Maiocchi racconta il lavoro in tv, l’impegno nell’Ucebi, la testimonianza data nel momento della malattia

Prosegue la serie di incontri dialogati che Paolo Ricca realizza per Riforma e che ha visto finora i ritratti di Maria Paola RimoldiAnnapaola CarbonattoMatteo FerrariFulvio FerrarioGabriella CaramoreVito TamboneAndrea DemartiniMarco Cassuto MorselliShangli XuGiorgio TournFra Lorenzo Ranieri e Alba CordaroAdelina BartolomeiPierluigi Mele, le "Sorelle senza nome" , Claudio TronMargherita Ricciuti e Pietro Urciuoli, Ada Prisco; uomini e donne che hanno dei ruoli conosciuti all’interno delle chiese evangeliche in Italia o nell’ambito ecumenico, ma anche persone che, pur non avendo incarichi conosciuti ai più, portano con sé un’esperienza di fede significativa per tutti e tutte noi. Oggi è il turno di Renato Maiocchi, già presidente dell'Unione cristiana evangelica battista d'Italia. Buona lettura.

 

Nato a Rivoli (Torino) il 26 gennaio 1943, Renato Maiocchi ha studiato a Torino e Roma, dove si è laureato in Legge nel 1982. Dopo un periodo di 4 anni trascorso ad Agape, dal 1972 in avanti ha lavorato soprattutto nel programma televisivo della Federazione delle chiese evangeliche in Italia Protestantesimo, con funzioni anche direttive. Dal 1994 al 2000 è stato presidente dell’Unione delle chiese battiste in Italia. Ha collaborato con diversi organismi ecumenici internazionali nel settore della comunicazione. Per conto e su incarico del Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra ha realizzato il video ufficiale dell’Assemblea mondiale di Canberra (1991).

– Se non erro, lei non proviene da una famiglia evangelica, ma è giunto a una fede salda e duratura. In che modo è giunto alla fede?

«L’incontro con la neonata chiesa battista di Rivoli avvenne quando avevo tredici anni e sconvolse il mio universo: avevo alle spalle anni di convinta militanza cattolica: scuola dai preti, catechismo, cresima, boy scout, assiduo chierichetto. Ma tutto ciò che avevo appreso sul protestantesimo erano un paio di affermazioni liquidatorie del tipo: “è sorto 15 secoli dopo Cristo”, e “sono divisi in varie sette in lotta fra loro”. Perciò rimasi folgorato dalla scoperta del suo profondo radicamento biblico, quella Bibbia alla quale non avevo mai avuto prima accesso diretto, e dalla partecipazione attiva dei fratelli e delle sorelle a ogni aspetto della vita della comunità. Vissi però un doloroso travaglio, per lo smarrimento dell’adolescente di fronte a una svolta radicale di fede e di vita e perché nell’allora modesta realtà cittadina di Rivoli fui immediatamente marchiato, ostentatamente evitato e spesso dileggiato dalla folta cerchia degli amici, cosa assai dura per un tredicenne. Ma alla fine la decisione sofferta ma ferma aprì il cammino gioioso che ho percorso fino ad oggi con passione e gratitudine a Dio».

– Lei ha lavorato gran parte della sua vita per organismi ecclesiastici. Il fatto di essere laico, nel senso di non svolgere un ministero (pastore, o diacono) e di non essere “ordinato” o “consacrato”, le ha creato qualche difficoltà o invece è stato un vantaggio?

«Né difficoltà né vantaggio. Si possono criticare le nostre chiese per tante ragioni ma su questo piano devo dire che, nella mia esperienza, il principio per cui c’è varietà di ministeri ma nessuno esclusivo è gelosamente rivendicato. Già a 17 anni, con timore e tremore (che da allora non manca mai!), fui... “sospinto” sul pulpito della mia chiesa e azzardai la mia prima predicazione».

– Lei è stato per molti anni impegnato nella realizzazione della rubrica televisiva Protestantesimo, di RAI2. Qual è stata, in quel campo, l’esperienza più bella?

«Vorrei dire tutte, avendo vissuto il privilegio di lavorare non solo per vivere ma per uno scopo profondamente condiviso. Se proprio devo sceglierne una scelgo una trasmissione del 1982 intitolata Il canto di un popolo chiesa, momenti della storia secolare del popolo valdese, evocati con il coinvolgimento delle corali delle chiese delle Valli. Un’impresa un po’ folle per le limitate possibilità di allora della nostra rubrica. Ma la risposta delle corali fu eccezionale, per l’impegno e la pazienza dei coralisti nei giorni di ripresa delle singole corali e per l’originalità degli scenari nei quali collocare tali riprese, sia interne sia esterne, tutti opera loro. La domenica pomeriggio, quando sul pratone di Sibaud tutte le corali riunite insieme – circa 200 coralisti – intonarono il Giuro, la fierezza composta dei loro volti nell’invocare il Dio dei loro padri cancellò in un attimo tutte le ansie dell’impresa, e mi rapì».

– Lei è stato molto malato. Di che cosa?

«Sì, dal 1999 in poi ho inanellato una serie di patologie: tumore in un seno mascellare, cancro al rene, cancro alla prostata, taglio di una vertebra del collo, poi un tumore nel midollo spinale che mi costrinse per qualche mese in carrozzina. Tempo fa chiesi ad un carissimo fratello, il pastore G. Tourn: ci sono tante persone che non sopravvivono al primo tumore, io sono ancora qui, che cosa devo pensare? Rispose: si vede che Dio ritiene che tu possa ancora fare delle cose utili agli altri: guardati intorno!».

– Immagino che in ospedale abbia fatto molte esperienze. Ci racconti quella che le sta più a cuore.

«L’esperienza per me più bella sono le conversazioni che la forzata permanenza di più persone nella stessa stanza favorisce fra i pazienti. Perché mi bastava rispondere alla banale domanda: “tu che lavoro fai?” per suscitare una serie di curiosità sul protestantesimo, sulle nostre chiese, su quello che crediamo, sulle differenze rispetto al cattolicesimo e via dicendo. Quando mai nella vita frenetica di ogni giorno si presenta una simile occasione di smentire luoghi comuni e presentare le ragioni della nostra fede? E qualche volta si è creato con un paziente bisognoso di conforto un rapporto così intenso di fiducia e di empatia che mi ha incoraggiato a proporre: vuoi che preghiamo insieme?».

Lei è anche stato – fatto degno di essere ricordato – il primo presidente laico dell’Unione delle Chiese evangeliche battiste in Italia. Che cosa ricorda con piacere di quella esperienza? La rifarebbe?

«Le visite alle singole chiese. Sia per il privilegio di poterle incontrare tutte almeno una volta sia, soprattutto, perché in quegli incontri scoprii che, al dunque, questo presidente laico era, paradossalmente, più portato alla dimensione pastorale, in senso lato, del suo ministero che non a quella, per così dire, manageriale dell’Unione. Se la rifarei? Non fu una scelta – anzi! – ma una chiamata: perciò sì?, la rifarei».

Come valuta il pontificato di Francesco?

«Mi ha colpito di sorpresa in sorpresa! Dal poco ieratico “buonasera” alla sua uscita dal Conclave, all’incredibile, per un papa, “chi sono io per giudicare”, fino alle varie “pulizie” che ha ordinato di alcuni settori del Vaticano, riducendo gli incarichi e modificando regole. E poi la decisione di varcare come penitente la soglia della chiesa valdese di Torino per chiedere perdono delle persecuzioni passate. In questi ultimi tempi ho apprezzato i suoi interventi pubblici di condanna delle ingiustizie, dell’oppressione dei poveri, delle guerre, del maltrattamento della terra, e non con affermazioni generiche ma con precisa denuncia delle responsabilità, come ha fatto nella coraggiosa visita in Iraq. Capisco che nel suo ampio percorso di riforme, fortemente contrastato, non abbia voluto o potuto spingere fino in fondo riforme come il ruolo delle donne nella chiesa, il matrimonio dei ministri e gli eccessi, a mio parere spesso paganeggianti, di certa devozione popolare. Ma prendo in prestito le sue parole: chi sono io per giudicare?».

 

 

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