Fototessere 20: un gran sentimento di riconoscenza

Gianni Rostan ripercorre una vita ricca di lavoro, vita famigliare e servizio entusiasta nella sua chiesa

Prosegue la serie di incontri dialogati che Paolo Ricca realizza per Riforma e che ha visto finora i ritratti di Maria Paola RimoldiAnnapaola CarbonattoMatteo FerrariFulvio FerrarioGabriella CaramoreVito TamboneAndrea DemartiniMarco Cassuto MorselliShangli XuGiorgio TournFra Lorenzo Ranieri e Alba CordaroAdelina BartolomeiPierluigi Mele, le "Sorelle senza nome" , Claudio TronMargherita Ricciuti e Pietro UrciuoliAda Prisco e Renato Maiocchi; uomini e donne che hanno dei ruoli conosciuti all’interno delle chiese evangeliche in Italia o nell’ambito ecumenico, ma anche persone che, pur non avendo incarichi conosciuti ai più, portano con sé un’esperienza di fede significativa per tutti e tutte noi. Oggi è il turno di Gianni Rostan, primo moderatore laico della Tavola valdese.

Gianni Rostan è nato a Milano il 7 febbraio 1933; laureato in Ingegneria meccanica al Politecnico di Milano nel 1958, è stato assunto dalla Ibm Italia nel 1961, e vi ha speso tutta la vita lavorativa, occupando posizioni di sempre maggiori responsabilità, fino a quella di vicedirettore generale della Direzione immobiliare. Membro attivo della Chiesa, le ha reso molti servizi, tanto a livello locale quanto nazionale. Vicemoderatore della Tavola valdese (organo esecutivo del Sinodo) dal 1984 all’87, ed è stato poi moderatore dal 1993 al 2000, primo “laico” nella storia valdese a svolgere quella mansione. Come moderatore ha rappresentato la Chiesa valdese in molti organismi in Italia e in Europa, ha visitato le chiese valdesi in Uruguay e Argentina e le chiese “sorelle” negli Stati Uniti d’America.

Se sono bene informato, lei ha 88 anni: “una bella età” come si dice. È proprio bella come si dice?

«Accetto la definizione se si vuole solo commentare il fatto numerico. Poco tempo fa è mancata mia cugina, a oltre 93 anni, e ovviamente anche io ho usato questa definizione. Ma se si vuole approfondire un po’ il discorso io direi che una “bella età” è quella che si vive con serenità e questo per me vuol dire vivere avendo un “ragionevole rapporto col Buon Dio”».

Alla sua età, si impara ancora qualcosa, oppure è tutto un déja vu, déja entendu, cioè non c’è più nulla di nuovo?

«Il fatto di avere dei fantastici nipoti – oltre che dei fantastici figli e una fantastica moglie – mi impedisce di cadere in questa trappola. Poi la vita di oggi, in Italia ma anche nel mondo, offre – direi purtroppo – una serie quasi infinita di ragioni che richiedono una nostra costante attenzione. O di irritazione o di sconforto, o di preoccupazione. Basti pensare alla pandemia, o alla vita politica del nostro paese. Dobbiamo quindi vigilare e, dove e se possibile e dove ne siamo capaci, intervenire, nelle forme e nei modi che l’età consente. Si può e direi meglio si deve, guardando indietro, riconoscere l’importanza del sostegno che la famiglia – la moglie ma anche i figli – ti danno costantemente».

Guardando indietro, quali sono secondo lei le esperienze fondamentali della vita umana?

«Qui ci avviciniamo ai temi sui quali il pudore rende più difficile esprimersi, ma che è obbligo affrontare. Ognuno di noi ovviamente ha una sua risposta. Per me si tratta anzitutto del “ragionevole rapporto” con il Buon Dio, che poi condiziona tutta la vita, il ricordo di come e quando questo rapporto è nato. E poi viene l’incontro con la compagna (o il compagno) con la quale condividere la tua vita. Un altro momento fondamentale è la nascita di un figlio (o di una figlia), poi di un nipote, ecc. Ma anche i momenti difficili sono importanti, per esempio la morte dei genitori o di persone care».

– Guardando avanti, che cosa vede?

«Sul piano personale, un decadimento fisico sempre più accentuato. Ma anche una chiesa vivace e interessante che, se Dio lo vorrà, avrà un futuro. Mi rassicura quanto leggo e vedo nelle nostre chiese la partecipazione e la qualità degli interventi delle nuove generazioni. Anche se si è sempre di meno…».

– Lei, che ha vissuto tanti anni, sa adesso che cosa è la vita umana? Come la descriverebbe a un ragazzo o a una ragazza che si affacciano alla vita?

«È una grande ma complessa opportunità per la quale occorre prepararsi con molta serietà, ma che vale la pena affrontare. Può essere molto interessante! E penso che sia importante rispondere sempre alle domande dei più giovani, espresse o non espresse, quando si è interpellati».

Pensando alla sua vita (che Karl Barth definisce “l’occasione unica”), è relativamente soddisfatto di come l’ha vissuta, oppure prevalgono il ricordo delle occasioni perdute, i rimpianti, la nostalgia?

«Ovviamente pesano gli errori fatti, le parole non dette quando sarebbe stato opportuno dirle, le parole sbagliate dette, i dolori provocati ad altre o ad altri. Ma credo di poter dire senza ombra di dubbio che il sentimento prevalente che provo sia la riconoscenza per quello che mi è stato dato o regalato negli anni. Dal Buon Dio e da chi mi è vicino».

Alla luce delle sue esperienze e delle sue riflessioni, sottoscriverebbe il messaggio di Roberto Benigni nientemeno che da Auschwitz: «La vita è bella»?

«Mi sembra un messaggio molto provocatorio, fa sicuramente discutere (e questo è positivo), ma per circa metà dell’umanità non è così, e allora eviterei un’affermazione che sembra comunque avere o (forse) voler avere un valore universale. Il messaggio di Benigni quindi è incompleto».

Lei è stato il primo moderatore laico (cioè non pastore) della Tavola valdese (organo esecutivo del Sinodo) della storia. Ha incontrato qualche difficoltà? O qualche vantaggio?

«Sì, ho avuto difficoltà a rispondere a lettere per le quali occorreva una maggiore conoscenza teologica o anche solo culturale (che ho richiesto ad amici o ad altri membri della Tavola), come pure non mi sono sentito in grado di partecipare a determinati incontri internazionali, per cui ho chiesto a pastori “patentati” di rappresentare la nostra Chiesa. Fra i vantaggi – alcuni importanti – ricordo la possibilità di applicare il metodo, acquisito e sperimentato in fabbrica, per affrontare le difficoltà: non spaventarsi mai di fronte ai problemi. E mantenere gli impegni e le scadenze. Un grosso vantaggio è stata l’atmosfera che ho percepito nel lavoro della Tavola valdese, anche negli uffici».

Quale è stata l’esperienza più bella fatta come Moderatore?

«Ne posso citare tre: la preghiera che mi è stata richiesta al capezzale di un pastore in ospedale, in Svizzera (ero appena stato nominato moderatore), e gli incontri con i cassieri di alcuni Comitati svizzeri che raccoglievano le anche minime offerte di singole persone interessate alla nostra Chiesa E l’affetto ricevuto all’estero nei miei viaggi e incontri, come anche nelle chiese del Rio de la Plata».

Quale quella più spiacevole o meno piacevole?

«Il rifiuto da parte del rappresentante di una “Chiesa” a iniziare dei colloqui fraterni per migliorare la reciproca conoscenza».

Il suo cognome rivela che lei appartiene a una famiglia valdese “storica”, cioè più volte centenaria. Questo le dice qualcosa oppure no?

«Ho più volte sentito riconoscenza e ammirazione per chi ci ha preceduto. Ogni tanto rileggo la nostra storia, e devo ammettere che spesso quasi mi vergogno del troppo poco che sono riuscito a fare».

Se le capitasse, per un miracolo – come capitò ad Abramo –, di avere un figlio o una figlia in età avanzata, e questi manifestassero l’intenzione di fare il pastore o la pastora, lei, oggi, li incoraggerebbe o li sconsiglierebbe?

«Io ho fatto mia una dichiarazione che Mario Miegge ha fatto una volta, e cioè che la cosa più bella che una persona possa fare è di lavorare nella Chiesa».

 

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