Napoleone, i valdesi e i percorsi della memoria

Il 5 maggio 1821 moriva Bonaparte, che parlò delle imprese di Henri Arnaud con il moderatore della Tavola valdese Jean Peyran

Nel 2021 cadono il bicentenario della morte di Napoleone Bonaparte (oggi 5 maggio) e il tricentenario di quella di Henri Arnaud (8 settembre). Il primo conosceva la storia del secondo e ne parlò, quando passò per le valli valdesi, con il moderatore della Tavola valdese Jean Peyran.

Ovviamente Napoleone ha più “stampa”, ma entrambi beneficiano di un itinerario culturale europeo che si occupa di loro, anche se il primo ne ha uno a lui dedicato (Destination Napoléon) mentre il secondo “partecipa” a un itinerario che parla di tanti (i protestanti del sud d’Europa, riformati francesi e valdesi, perseguitati per motivi di religione a fine 600). Recentemente Destination Napoléon ha organizzato una serie di webinar sulle celebrazioni e sulle rievocazioni storiche che si basano su studi approfonditi: questi ultimi, incrociati con gli strumenti della comunicazione, diventano luogo di educazione, oltre che di divulgazione.

Ho seguito questi webinar, ma ci sono eventi della vita che influenzano ciò che si vede e si legge. Per esempio mi sono accorto che gli ultimi tre libri che ho letto in un modo o nell’altro parlavano di Covid-19, cioè di come noi stiamo affrontando la pandemia e soprattutto il “dopo”. Poi però a ben guardare, ne emerge un mondo che ha a che fare con le rievocazioni e soprattutto con i luoghi della memoria

Proviamo a partire da quello che sembra il punto più lontano: le conseguenze del periodo che stiamo vivendo sui migranti, o meglio sugli italiani all’estero, i tanti, via per lavoro o per studio, che hanno visto ridurre o azzerare la loro mobilità. Se ne parla poco, eppure hanno pagato molto le limitazioni in termini di distanza e di solitudine, e all’inizio della pandemia anche il fatto di essere italiani. Il Centro Altreitalie ha pubblicato un’interessante ricerca curata da Maddalena Tirabassi e Alvise Del Prà1 che ha coinvolto molti di questi italiani e che attraverso interviste e un uso particolare dei social media ha scandagliato questo mondo. Ora la ricerca prosegue perché la mobilità non è tornata alla normalità, il virus continua a passare i confini e il mondo non si ferma. Sul tappeto i migranti che diventano fonti orali o social. In un incontro con gli autori ho chiesto loro se sentivano la responsabilità di essere dei ricercatori che sul campo raccolgono materiale utile fra qualche decennio a costruire una narrazione più completa di ciò che stiamo vivendo. Mi hanno risposto di sì, che lavorano al database con questa consapevolezza, ma anche con la preoccupazione di chi deve poter lavorare sul digitale e lasciare una traccia in un mondo che non è più “cartaceo”.

La ricerca si fa elaborazione e la memoria scende in campo anche se i confini che valgono per l’uomo, e non per il virus, impediscono spesso di raggiungere i luoghi “fisici” della memoria e quindi vengono usate per raggiungerli l’immaginazione e l’evocazione libraria o video.

Qui arriviamo al secondo libro: «Decontaminare le memorie»2, di Alberto Cavaglion il cui tema sono «i luoghi, i libri e i sogni». Protagonista della riflessione sono il paesaggio e le contaminazioni che vi ha lasciato la storia, anche quella che le rievocazioni vorrebbero narrare. Le giornate della memoria dice Cavaglion, le celebrazioni sui luoghi aggiungiamo noi, diventano vuote se servono solo a fare retorica sugli spazi: occorre invece farceli raccontare dai testimoni se si può, ma anche dalla letteratura, dall’arte, dai documenti. Occorre non entrare direttamente nei luoghi, ma fermarsi sulla soglia per poi farsi accompagnare e capirne il senso con calma; e qui Cavaglion parla della didattica e delle scuole: «non servono studenti con il trolley che viaggiano verso Auschwitz», ma persone con un percorso conoscitivo e per così dire spirituale costruito sui testi che ci sono arrivati. Cavaglion presenta dei percorsi della memoria che riguardano le persecuzioni degli ebrei da parte dei fascisti e dei nazisti, ma parla anche di come quella memoria, (e altre, perché i luoghi e i temi della memoria sono tanti) sono state raccontate nel tempo, di come i paesaggi si sono modificati senza cancellare la contaminazione che li ha colpiti.

Per i valdesi la mente va alle persecuzioni del ‘600 e ai luoghi, in Piemonte o in Francia, che ci parlano di quelle atrocità, di quelle migrazioni e di quelle resistenze, ma il presente porta con sé altro futuro. Già, perché Cavaglion, e noi con lui, non pensiamo che tutto sia da lasciare al passato, anzi proprio questo è l’errore: quello di limitarsi a celebrare il passato o a negarlo. Il dopo è qualcosa che ci riguarda, e noi siamo confrontati con esso, con il raccontare o scoprire nei libri, nelle immagini e nei racconti quella che è la nostra strada. Per Pietro Polito, del Centro studi Gobetti, ad aiutarci c’è la cultura3, quella “dell’iniziativa”. Quella che non si tira indietro, che riflette in modo critico e fa proposte per il domani. Il problema è farsi ascoltare, è andare oltre il contingente: «non c’è cultura fuori dell’iniziativa, dell’esercizio diretto». Qualcosa nel Recovery Plan è previsto; le realtà culturali internazionali sono decise a fare rete perché la cultura sia un bene e una possibilità per tutti, sia motore di sviluppo.

Con il Covid il mondo si allontana? Questa è la domanda che dà il titolo alla ricerca di Tirabassi e Del Prà, e che spaventa chi propone il “ripercorrere le storie della nostra Europa”. La risposta è no, se la cultura riesce a essere riconosciuta da tutti e se saprà prendere “l’iniziativa”.

1. M. Tirabassi – A. Del Prà, Il mondo si allontana? Il Covid-19 e le nuove migrazioni italiane, Accademia University press, Torino 2020.

2. A. Cavaglion, Decontaminare le memorie. Luoghi, libri, sogni. Add editore, Torino 2021.

3. P. Polito, La cultura dell’iniziativa, Aras edizioni, Fano 2020.

 

Foto: dipinto di François-Joseph Sandmann, Napoléon in Sainte-Hélène

 

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