Disconoscere il proprio ruolo di creature

Un giorno una parola – commento a Proverbi 16, 18

La superbia precede la rovina e lo spirito altero precede la caduta
Proverbi 16, 18

Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello, mentre non scorgi la trave che è nell’occhio tuo?
Luca 6, 41

Le Scritture, in varie occasioni ci attestano che Dio non si ferma alle apparenze, nè si lascia influenzare dalle ricchezze, capacità o da presunti talenti.  Questo semplicemente perché Egli ama tutti e tutte indistintamente. 

Davanti alla sconfinata grandezza di Dio, l’uomo - senza guardare ai suoi connaturati limiti - si crogiola nella convinzione del proprio essere superiore, del proprio essere al di sopra dei suoi simili. Questo lo spinge a mettere in atto atteggiamenti di superiorità, di distacco, se non di palese disprezzo verso l’altro/a o verso l’altrui diversità.

La superbia, dunque, è indice di empietà, in quanto l’empio non dimostra alcun timore di Dio e la sua stessa superbia lo rinchiude nel recinto dell’egoismo, che altro non è che la conseguenza del disconoscere il proprio ruolo di creatura.

L’alterigia che accompagna il superbo rivela che l’uomo è talmente pieno di se stesso da non temere Dio e il suo prossimo, ignorando il più grande dei comandamenti: quello dell’Amore (v. Marco 12, 31).

L’eccessiva autostima, inoltre, condanna il superbo ad essere solo e a non godere della altrui simpatia, della altrui affezione.

A tal riguardo, la Scrittura ci esorta a chiare lettere: “Non fate nulla per spirito di parte o per vanagloria, ma ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso” (Filippesi 2, 3), perché se così non fosse, avremmo ben poco in comune con il Signore, il Cristo che spogliò se stesso della divina regalità per aprirci la strada di una immeritata salvezza (cfr. Filippesi 2, 5ss).

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