Vie complementari per le migrazioni, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia capofila

Si chiama "COMplementary pathways nETwork Activity" il nuovo bando del Fondo asilo migrazione e integrazione (AMIF) della Commissione europea 

Al via un nuovo progetto realizzato grazie al Fondo asilo migrazione e integrazione (AMIF) della Commissione europea per una rete di differenti vie complementari per le migrazioni, che sarà coordinato dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei). L’iniziativa, il cui nome in inglese è “COMplementary pathways nETwork Activity”, coinvolge 14 partner da 7 Stati membri ed è il primo progetto di questo tipo a livello europeo.

«Il nodo di questo che è un progetto-pilota – spiega Giulia Gori, operatrice della Federazione delle chiese evangeliche in Italia – è cogliere l’esistente nei vari paesi membri dell’UE – ad esempio i corridoi umanitari in Italia, la community sponsorship in Olanda, il modello per i minori non accompagnati – . Questo modello, quindi, rispetta e valorizza pienamente il background storico e culturale dei Paesi e la loro specificità. Si crea così, e questo è l’obiettivo ambizioso che ci poniamo, un network di diversità, per un target che a volte è dimenticato o invisibile, non solo le persone purtroppo e drammaticamente “intrappolate” in Libia ma anche nei Paesi limitrofi della Central Mediterranean Route, come il Niger».

Non solo, perchè «dalla protezione internazionale emerge in questo modo una lente più ampia, capace di considerare maggiormente i desideri, i talenti, i legami dei beneficiari del progetto nei Paesi di provenienza e in quelli di emigrazione», aggiunge Fiona Kendall, altra referente della Fcei per l’area progetti.

Il progetto inizierà tra alcuni mesi, a gennaio 2022 e terminerà nel 2024. Nel primo anno, in particolare, si terranno incontri e formazione, momenti di preparazione e valutazione della metodologia da applicare nel corso del triennio.

Saranno 130 le persone beneficiarie del sistema complessivo di accoglienza, di cui 85 in Italia. I voli saranno gestiti da Open Arms, organizzazione non governativa con la quale tra l’altro la FCEI, attraverso il suo programma migranti e rifugiati Mediterranean Hope collabora da anni, anche nella campagna “La giusta rotta”.

Oltre alla FCEI capofila del progetto, gli altri partner partecipanti al progetto sono la Churches Commission for Migrants in Europea (la Commissione delle chiese per i migranti o CCME, con sede a Bruxelles), la spagnola Pro-Activa Open Arms, l’associazione italiana Frantz Fanon, il Forum Réfugiés – Cosi (Francia), Refugees Welcome ItaliaMosaico – Azioni per i rifugiati, sempre dall’Italia, la chiesa evangelica della Westfalia (Germania), Fondation Migration Policy Institute Europe (Belgio), Intersos (Italia), Fons català de cooperaciò al desenvolupament (Spagna)Justice and Peace Netherlands (Paesi Bassi), Reset Communities and Refugees Ltd (UK) e l’UNHCR.
Le organizzazioni, come spiegano i promotori, si impegneranno, nel breve periodo, a «coordinare canali migratori nuovi e già esistenti per persone con necessità di protezione internazionale; scambiare buone prassi da modelli, esperienze e contesti differenti; sviluppare un processo di matching strutturato che tenga in considerazione non solo i bisogni di protezione ma anche legami geografici e familiari, competenze e potenziale di integrazione; sviluppare strumenti comuni e standard qualitativi rispetto all’orientamento pre-partenza, accoglienza e supporto post-arrivo». Nel medio periodo gli obiettivi sono quello di «supportare il capacity building per le comunità coinvolte nell’accoglienza e mettere a disposizione 130 ulteriori possibilità di ingresso per persone in transito attraverso la Rotta del Mediterraneo Centrale grazie l’espansione di vie d’accesso esistenti e creazione di nuove». Infine, nel lungo periodo: «monitorare, valutare, imparare e condividere attraverso il dialogo, materiali e opportunità strutturate di scambio; fornire le basi per una continua attività di advocacy per l’espansione di vie legali di ingresso».

Il progetto intende «riconoscere e valorizzare il patrimonio emergente delle vie complementari di accesso, ed il potenziale dei differenti canali di ingresso legali implementati in vari Stati membri, sviluppando un vero e proprio sistema organico interconnesso e non solo tanti sistemi affiancati. Il suo approccio multilaterale fornirà un modello pilota per l’Europa, al quale potranno contribuire numerosi paesi e programmi differenti, un sistema rafforzato attraverso uno scambio continuo di risorse e insegnamenti».

Se il bisogno di protezione internazionale è il presupposto iniziale del progetto, i partecipanti «verranno visti attraverso una lente più ampia, che consideri i loro legami familiari, amicali, le loro conoscenze pregresse, le loro aspirazioni e opportunità di inserimento sociale e professionale. In questo modo i partecipanti potranno essere indirizzati verso il programma e il territorio che maggiormente permetterà di massimizzare il loro potenziale e facilitare il loro percorso di integrazione».

Il progetto faciliterà poi «la frequenza a percorsi scolastici e accademici, favorirà opportunità di ricongiungimento familiare, espanderà le opportunità di ingresso per ragioni umanitarie e supporterà programmi di community sponsorship nuovi o già esistenti. Il lavoro in rete permetterà di tessere forti rapporti di collaborazione tra differenti stakeholders come, ad esempio, Comuni, organizzazione della diaspora, organizzazioni di stampo religioso, ONG, organizzazioni internazionali e mondo accademico”. Infine, “faciliterà lo scambio di esperienze e pratiche e una loro più vasta disseminazione».

 

Foto da Unsplash

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