Agape, anche la costruzione concorre alla riconciliazione

Una mostra, nell'anno del 70° anniversario, ripercorre la genesi del progetto architettonico del Centro

Il 3 luglio si è inaugurata la mostra Tullio Vinay e Leonardo Ricci: progettare l’Agàpe, fra le iniziative che il Centro sito in Prali ha organizzato per ricordare il proprio 70° anniversario. Ne parliamo con Andrea Sbaffi, architetto a Torino, dove è anche membro del Concistoro valdese, che con Emanuele Piccardo ha curato l’allestimento.

– Qual è la “visione” che l’architetto Ricci ha ereditato dai suoi maestri e predecessori, portandola poi nella progettazione di Agape?

«L’incontro fra Tullio Vinay e Leonardo Ricci avviene a Firenze nel primo dopoguerra, negli stessi anni in cui iniziano a essere pubblicati i progetti dei protagonisti del Movimento Moderno: opere come la Casa sulla cascata di F. L. Wright portano Ricci ad avvicinarsi all’architettura organica, che promuove l’armonia fra uomo e natura, in particolare nella relazione fra ambiente naturale e ambiente costruito. In questa prospettiva, il progetto deve inserirsi nel contesto naturale, dialogando e diventando con esso un organismo unico. Non è un caso che uno dei primi e più importanti esponenti italiani del movimento fu Giovanni Michelucci, di cui Ricci era assistente proprio in quegli anni, e con cui condivise l’entusiasmo per la ricerca di un’architettura in equilibrio con la natura».

– In che modo linee e volumi, pensati spesso per ambienti urbani, hanno potuto innestarsi in una cornice naturale tanto particolare?

«Il primo progetto di Ricci per Agape, in parte rappresentato nella mostra, era profondamente diverso, se vogliamo più “accademico” nelle linee e nei volumi, proprio perché progettato sulla carta: solo la conoscenza del sito prescelto, per molti versi “critico” data la forte pendenza, e il confronto costante con Vinay, lo portarono a rivederne forme e caratteri distributivi. L’Agape che conosciamo è, quindi, il risultato del processo di condivisione del progetto teologico e politico di riconciliazione, portato avanti da Vinay, e della sfida che rappresentò per Ricci (che fino ad allora non aveva ancora visto realizzato alcun progetto) doverlo tradurre in forma architettonica. A livello compositivo, Agape è tutta basata sull’equilibrio fra linee orizzontali e verticali, in un gioco di pieni e vuoti che consente l’interazione dell’interno con l’esterno e con l’ambiente circostante».

– Che importanza hanno i materiali impiegati nella costruzione (legno, pietra, vetro) rispetto al paesaggi circostante? E come dialogano fra loro un corpo centrale, un corridoio coperto ma aperto su un lato alla valle, una chiesa pensata essa stessa “all’aperto”?

«Nella scelta dei materiali con cui edificare Agape ha giocato un ruolo fondamentale la disponibilità delle Unioni giovanili valdesi della valle: racconta lo stesso Vinay che «un’Unione giovanile promette dei minatori per fare saltare le rocce del luogo e darci delle pietre, altri promettono degli elettricisti, altri ancora degli infissi per le finestre e serrature, un’altra Unione promette del vino per i lavoratori… i giovani di Perrero-Maniglia la calce, i giovani di Prali, Fontane e Rodoretto si impegnano a tagliare un notevole numero di larici (dono del Comune) e a trasportare in cantiere i legname ricavato». Diremmo oggi che si tratta di un grande progetto di auto-costruzione “a Km zero”, perfettamente coerente con i materiali tipici della valle: alla fisicità del legno e dei massicci setti in pietra, Ricci aggiunge la leggerezza del vetro, proprio per enfatizzare la permeabilità della struttura e la sua capacità di essere sì un “contenitore”, ma sempre aperto all’esterno. I corpi di fabbrica principali (salone e casette) sono sviluppati per linee orizzontali senza dislivelli, mentre sono i collegamenti in massima pendenza, fra un corpo e l’altro, a rendere tutto il centro un organismo unico, adagiato sulla montagna, che trova la massima espressione dell’idea di “comunità” nella chiesa all’aperto, ideale prosecuzione del salone, vero fulcro e spazio di condivisione del centro».

– Agape compie ora 70 anni: a parte gli elementi che sono stati aggiunti (dalla palazzina degli uffici e Casa residenti negli anni 50 alla nuova cucina) per ragioni funzionali, dal punto di vista estetico e visivo la struttura del Centro sembra non invecchiare: sarà sempre così?

«Infatti, Agape compie 70 anni e non li dimostra! L’architettura del centro è viva e attuale, e così viene percepita da chi la frequenta: salire ad Agape è sempre un ritorno “a casa” e le attività, i campi e ogni altro evento sono imprescindibilmente legati al luogo e agli spazi del centro, così come pensati da Vinay e Ricci e nel tempo consolidati, condivisi e vissuti... Ma al tempo stesso Agape compie 70 anni e, purtroppo, li dimostra tutti… È un bene comune che ha bisogno di continua cura e manutenzione, oltre che di adeguamento alle normative attuali: i comitati, la direzione e il gruppo residente stanno facendo un prezioso lavoro di valutazione delle priorità e degli interventi da programmare. Credo, però, che la responsabilità della tutela di Agape, come patrimonio unico nelle nostre chiese (e non solo), non possa essere delegata ai soli esecutivi e dovrebbe essere il più possibile condivisa, in un’ottica di salvaguardia e prospettiva comune».

(la mostra sarà aperta fino al fino al 13 settembre (ore 13-15,30), previa prenotazione telefonica allo 0121-807514).

 

Interesse geografico: