Genova per noi

Vent'anni fa il G8 degli orrori: una generazione spezzata e l'attualità delle richieste di allora

Genova per noi.

A vent’anni non si può rimanere chiusi in casa. La strada, la piazza è la tua casa.

Avevamo chiarissimo il perché ci trovavamo lì, o meglio, perché fosse necessario essere lì, stretti come sardine sotto un sole impietoso, sul lungomare genovese a urlare no al G8. Vent'anni fa.

Era anti-politica si racconta oggi. Non è vero per nulla. Era una politica che chiedeva altro. Si avanzavano richieste radicalmente opposte al modello di sviluppo che le potenze mondiali stavano imponendo.

Oggi, vent’anni dopo quelle stesse aziende, quegli stessi politici, in buona parte ancora gli stessi, si appropriano di slogan e battaglie che allora hanno osteggiato, combattuto, demolito: tutela dell’ambiente, nuove forme di energia, estensione dei diritti, migrazioni, commercio solidale. Ma se ne appropriano a modo loro, capovolgendone la prospettiva e nascondendo le cause. Che sono in buona parte loro stessi.

Lo fanno non per rinnegare un modello che in così poco tempo si è dimostrato un disastroso produttore di povertà e disparità, ma per proporre queste istanze come correttivi ad un processo comunque inesorabilmente in corso: quello dell’accelerazione perenne dei consumi, a qualsiasi prezzo.

Questo è forse uno dei dolori più grandi che si lega a quei giorni. Per il rimpianto del tempo perso, per il rimpianto di cosa avrebbe potuto essere.

Si lega insieme all’altro dolore, che non può andare via: l’aver assistito a una mattanza di Stato. Le frasi fatte rischiano di diventare vuote, ma fu davvero così, fu davvero la più grande sospensione dello stato di diritto dal secondo dopoguerra come ha ricordato più volte Amnesty International.

Una caccia all’uomo senza tregua e senza quartiere.

Per noi che abbiamo visto massacrare donne, anziani, chiunque non riuscisse più o meno miracolosamente a saltare giù da un cornicione, o a arrampicarsi su una cancellata, a fuggire in qualunque modo l’istinto suggerisse, il trauma è stato fortissimo, anche perché inatteso, per lo meno in quelle proporzioni. Abbiamo però scoperto l’istinto che salva la ghirba. Un dono di quella follia.

Oltre mille associazioni, realtà laiche, di chiese, di ogni sorta, formavano il movimento.  Altro che black bloc. Un tessuto che si intrecciava con le peculiarità di ciascuno e nelle battaglie di tutti.

Abbiamo visto vetrine e auto distrutte e incendiate sotto gli occhi di interi reparti di forze dell’ordine che lasciavano fare. Abbiamo visto così tanto sangue come non credevo avrei mai visto in vita mia. La violenza delle forze dell’ordine è stata inaudita, già lungo le strade; cosa possa essere stata nella Diaz e a Bolzaneto lo abbiamo visto poco dopo.

Che in un paese moderno potesse accadere qualcosa di simile in fondo non se lo immaginava nessuno, qualcosa di tanto incredibile da superare ogni fantasia. Nonostante i mezzi di comunicazione dell’epoca a più riprese  nelle settimane precedenti cavalcarono ciecamente la narrazione di una guerra imminente (ricordate, dovevano esserci pure i sacchi di sangue infetto gettati da Bin Laden, la mafia infiltrata, le bombe già pronte).

Abbiamo visto poi un Paese che del più grave avvenimento, fra i tanti gravi di quei giorni, la morte di Carlo, un ragazzo di vent’anni come noi, non è nemmeno riuscito a istruire un processo. Non per punire il responsabile materiale, ma per metter sotto inchiesta un’intera gestione disastrosa della piazza e delle forze dell’ordine, che avrebbe dovuto portare alle dimissioni di tutto il governo e dei vertici delle forze armate. Militari di leva o giovanissimi “di firma” spediti a custodire con ogni mezzo un fortino costruito apposta come una trappola per topi. Come ha ricordato Michele Rech, “Zerocalcare”, più ancora delle botte sono le sigarette spente sul corpo di Giuliani, i cori della polizia “Siete uno di meno” che hanno segnato la nostra fiducia nelle autorità in maniera perenne.

Non era semplice chiedere a quelle persone dall’indomani di avviare con fiducia un processo di dialogo con quelle stesse istituzioni che si erano asserragliate nel palazzo. Il palazzo si era chiuso a riccio. Il segnale era chiaro. La disillusione, dopo la paura, è stato sentimento comune di tanti.

Al contempo però non credo sia un caso che da quei giorni la Grecia abbia espresso un Tsipras, la Spagna un Iglesias: non anti-politica, ma un’altra politica. Loro erano a Genova e molte delle istanze di allora le hanno riportate nelle loro battaglie future. La nostra politica non ha saputo invece dialogare con i movimenti.

Da noi l’occasione è stata persa: la sinistra italiana avrebbe avuto l’agenda piena per decenni di argomenti da difendere. Così non è stato per incapacità di raccogliere il testimone istituzionale di quell’enorme mole di proposte alternative. Altrove non è stato così.

I referendum sull’acqua pubblica, sull’energia rinnovabile, sulla giustizia uguale per tutti, sono alcuni di quei prodotti. L’inaudita repressione di quei giorni è stata però in Italia uno shock che ha allontanato moltissimi dalla voglia di fare politica istituzionale. Sono rimasti altrove, in gruppi, associazioni, lontani da scrivanie e da un posto al sole.

Forse il movimento non esiste più, disintegrato da Genova, polverizzato in mille nobilissimi rivoli, ma quelle richieste sono tutte, nessuna esclusa, i temi portanti di questi anni: nei congressi economici dei potenti, nelle riunioni politiche di massimo livello, segnale dell’eccezionale capacità analitica che quei gruppi erano riusciti a dimostrare.

Poi meno di un mese dopo arrivò l’11 settembre e le priorità del pianeta cambiarono: c’era ora da fare la guerra ai tagliagole, il resto poteva aspettare.

Stampa e politica internazionale finsero di credere, complici, a quelle che si rivelarono poi le finte prove sulla costruzione delle armi nucleari da parte dell’Iraq, contribuendo a creare i presupposti morali e umorali delle popolazioni a una guerra in Medio Oriente tanto inutile quanto dannosa.

A ideare quelle prove false fu lo staff del neo presidente George Bush, una delle stelle del G8 genovese, insieme a Valdimir Putin, già allora in sella, e al nostro Silvio Berlusconi, in qualche maniera ancora in sella anche lui.

Fra i grandi del mondo l’ala “sinistra” era rappresentata dalla social democrazia del tedesco Gerhard Schröder e dalla terza via del britannico Tony Blair, complice di Washington nella campagna di guerra. Entrambi dovevano rappresentare una via nuova al riformismo. La storia potrà fare a meno di ricordarsi di loro.

Insomma a Genova un altro mondo era possibile. Per davvero. Il rimpianto è il tempo perso.

 

Foto di Montecruz Foto: Carlo Giuliani Park a Berlino

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