Diritto di voto, non è scontato

Le donne e la Poor Peoples Campaign manifestano perché negli Usa il diritto di voto sia garantito a tutti: poveri e immigrati i più penalizzati in un sistema che si cerca con fatica di cambiare

Una settantina di donne arrestate durante una manifestazione per il diritto di voto a Washington. Sembra una notizia di fine Ottocento, invece risale allo scorso lunedì, 19 luglio, in occasione di una manifestazione proprio nell’anniversario della Convenzione di Seneca Falls (19-20 luglio 1848), la prima assemblea per i diritti delle donne negli Usa, momento cardine nella storia del suffragismo americano e più in generale delle battaglie civili.

Certo molta strada è stata fatta da Seneca Falls, ha ricordato la pastora presbiteriana Liz Theoharis, co-presidente dell’organizzazionePoor Peoples Campaign” (Ppc) che ha promosso la marcia, ma la lotta per la libertà e per i diritti non è ancora finita.

La prossima tappa sarà una marcia di quattro giorni da Georgetown, Texas, alla capitale Austin, un paese scelto non a caso come vedremo. Questa iniziativa,  come la “Women’s Moral Monday March” di lunedì scorso, sono promosse dalla “Poor People’s Campaign” (Ppc), il cui nome completo è “A national Call for Moral Revival”: un’iniziativa che porta lo stesso nome di quella di Martin Luther King, e dal 2018 organizza azioni nonviolente per l’uguaglianza dei diritti ispirandosi al pastore battista che si batteva, ricordiamolo, non soltanto per i diritti degli afroamericani ma per i più poveri.

E proprio su quest’ultimo aspetto punta il dito la Ppc, che tra i suoi principi afferma: «[…] Crediamo nello smantellamento di sistemi di criminalizzazione ingiusti che sfruttano le comunità povere e di colore e nella trasformazione della “economia di guerra” in un’”economia di pace” che valorizzi tutta l’umanità; […] crediamo che le persone non dovrebbero vivere e morire in povertà nella nazione più ricca che sia mai esistita. Incolpare i poveri e affermare che gli Usa non hanno abbondanza di risorse per superare la povertà sono false narrazioni usate per perpetuare lo sfruttamento economico, l’esclusione e una profonda ineguaglianza. […] Riconosciamo […] la centralità del razzismo sistemico nel mantenimento dell’oppressione economica […] La povertà e l’ineguaglianza economica non possono essere comprese separatamente da una società costruita sulla supremazia bianca».

 

La pastora Liz Theoharis è stata arrestata come la maggior parte delle dimostranti, tra cui la pastora Cindy Kohlmann, co-moderatrice della 223ma Assemblea generale della PcUsa (se ne parla qui), e del resto non è la prima volta che lei e gli altri leader della Ppc finiscono in manette (qui riferivamo un episodio analogo del 2018).

Accusate di ostacolo al traffico e di non aver risposto alla richiesta della polizia di disperdersi, le manifestanti sono state rilasciate poco dopo e si sono ritrovate nella chiesa luterana della Riforma, poco distante dal Campidoglio, tra applausi e abbracci; come ha osservato Theoharis, si trattava di una realtà multietnica, multigenerazionale, persone da tutto il paese, con diversi percorsi di vita, orientamenti sessuali, appartenenze religiose.

 

La marcia proposta dalla Ppc a sostegno del diritto di voto per le persone più povere e marginali degli Usa, si inserisce in un più ampio dibattito che sta infuocando gli Usa da alcuni mesi, e in particolare negli ultimi giorni, soprattutto dopo che alcuni Stati a maggioranza repubblicana hanno approvato o stanno per approvare (come il Texas) leggi elettorali che, sebbene si dicano intese a limitare il rischio di brogli (nascono infatti sull’onda delle proteste dei sostenitori di Trump dopo il risultato delle ultime elezioni presidenziali) di fatto penalizzano le fasce più povere della popolazione: limitazione del voto per posta, riduzione dell’assistenza ai seggi (compreso il dare da bere durante l’attesa, che a volte può durare ore), richiesta di diversi documenti di identificazione.

La marcia si è svolta nei pressi della Corte Suprema e del Campidoglio, con striscioni su cui erano riportate le quattro richieste dei manifestanti, espresse anche in una dichiarazione sottoscritta da 100 leader da tutto il paese, e molto simili a quelle su cui i Democratici stanno dando battaglia in Senato: aumentare il salario minimo federale a 15 dollari lora; porre fine alla procedura dell’ostruzionismo (filibustering), che ha bloccato lo scorso 22 giugno il passaggio al Senato del For the People Act” (che prevede, tre le altre cose, di modificare il finanziamento delle campagne elettorali e di favorire l’iscrizione degli elettori ai registri e le pratiche di votazione), e approvare tutte le disposizioni di questa legge proposta dai Democratici, già passata alla Camera; un altro disegno di legge, il “John Lewis Voting Rights Advancement Act” (dal nome dell’attivista per i diritti civili, scomparso lo scorso anno), già approvato alla Camera, in Senato non è stato neppure presentato per evitare un epilogo analogo; un’altra richiesta è di ripristinare la legge del 1965 sui diritti di voto, che il prossimo 6 agosto compirà 56 anni. Proprio in vista di quell’anniversario, la Ppc sta conducendo le manifestazioni nonviolente chiamate Moral Monday” come quella di lunedì scorso. Nelle settimane precedenti era stato arrestato anche l’altro presidente della Ppc, il pastore William Barber II (della Christian Church - Disciples of Christ).

 

 

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