Dio, fondamento della nostra vita

Un giorno una parola – commento a Geremia 9, 23-24

Così parla il Signore: «Il saggio non si glori della sua saggezza, il forte non si glori della sua forza, il ricco non si glori della sua ricchezza: ma chi si gloria si glori di questo: che ha intelligenza e conosce me, che sono il Signore»
Geremia 9, 23-24

Infatti, che serve all’uomo guadagnare tutto il mondo, se poi perde o rovina se stesso? 
Luca 9, 25

La ricchezza e il potere, ma anche la saggezza non sono cose delle quali l’uomo deva gloriarsi. Ricchezza e potere sono idoli, senza essere figure dipinte o scolpite, davanti alle quali molti si prostrano adoranti, pronti, se è il caso, a mettere a rischio la propria esistenza e a perderla, per acquisire ricchezza o conquistare il potere. Per lo più, in verità, a questi idoli, pur senza perdere la vita, si sacrifica l’esistenza intera, spesa senz’altro interesse e senz’altro orizzonte che ricchezza e potere. Ma non sono questi i soli idoli che attirano adepti e sacerdoti che ne celebrino il culto.

Senza timore di apparire moralisti potremo includere nell’elenco il sesso, quando da sano piacere da condividere in libertà e con gioia diventi ossessione, schiavitù, malattia, trasformando l’altro o l’altra in un oggetto, per ottenere una soddisfazione che non arriva mai. Anche il divertimento e la ricerca di sensazioni sempre più intense ed estreme, che pure sembrano espressione di assoluta libertà si rivelano forme di schiavitù che incatenano chi non sappia gestirne il bisogno compulsivo… quanti giovani lasciano la vita sulle strade del sabato notte.

La stessa saggezza, quando non coincida col “timor di Dio”, il che vuol dire nel dare a Dio la giusta importanza, il dovuto rispetto e la debita considerazione nella propria vita, come è per ricchezza e potere, si rivela vana ed inconsistente, una cosa in fondo inutile, illusione ed inganno, proprio come un idolo. Quando tutte queste cose, anche le più nobili e belle, pretendono di riempire il vuoto di significato e di senso che solo la relazione con Dio può dare ad un’esistenza, mostrano, alla fine, impietosamente la misera solitudine dell’uomo e la vanità della sua condizione. L’uomo può certo farcela, avere il successo che sperava e anche di più, ma avrà perso se stesso, rinunciando alla dimensione che gli competerebbe, quella dell’eternità e della gloria di figlio di Dio.

Più spesso, poi, e per i più, quel successo, tanto o poco che sia, neppure arriva e la vita intera si consuma in una corsa senza senso e senza meta, e alla fine, senza nulla guadagnare, si perde comunque se stessi. Ci dia, dunque, il Signore di conoscerlo e di fondare su di lui il senso, il significato e la sostanza stessa della nostra vita, nella prospettiva dell’orizzonte luminoso e glorioso dell’eternità.

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