La Polonia blocca la restituzione dei beni delle vittime della Shoah

Cancellata di fatto per i sopravvissuti e per i discendenti delle vittime la possibilità di richiedere quanto sottratto durante il nazismo e il successivo regime comunista

In poche ore il parlamento di Varsavia ha approvato due leggi controverse e contestate. Una per reprimere la stampa libera. L’altra per cancellare di fatto la possibilità a sopravvissuti e discendenti delle vittime della Shoah di chiedere la restituzione di beni confiscati dai nazisti durante l’occupazione nazista della Polonia e dal successivo regime comunista. Entrambe le norme sono state duramente contestate a livello internazionale, con gli Stati Uniti che hanno esplicitamente chiesto al presidente Duda di rinviare la seconda, approvata in via definitiva, alla Corte Costituzionale e comunque fare in modo che non sia approvata. Serve, ha dichiarato in un messaggio il segretario di Stato Usa Antony Blinken, «una legge completa per risolvere i reclami sui beni confiscati», «necessaria per fornire un po’ di giustizia alle vittime». Anche Israele è intervenuta sulla questione, criticando aspramente Varsavia per bocca del suo ministro degli Esteri Yair Lapid. Un intervento che però l’analista politico ed ex dissidente Konstanty Gebert, voce di primo piano dell’ebraismo polacco, non solo non condivide, ma considera controproducente perché fuori bersaglio. A Pagine Ebraiche Gebert spiega il perché della sua critica a Lapid, riflettendo anche sul futuro della Polonia.

Qual è la situazione legata alla legge sulla restituzione dei beni alle vittime della Shoah?
Il problema non è l’emendamento che è stato votato ora, che di per sé sarebbe formalmente corretto e giustificato. Il problema è a monte. La Polonia è l’unico paese che non ha mai introdotto una legge che permetta di fatto il risarcimento o la restituzione dei beni alle vittime della Shoah e ai loro discendenti. La sorte di queste proprietà è stata spesso decisa con provvedimenti amministrativi che non tutelavano chi è stato derubato dagli occupanti nazisti prima e dal regime comunista poi. Contro questi provvedimenti si può fare ricorso ai tribunali civili, ma si tratta di cause lunghissime, costosissime e che non garantiscono il successo. Per questo serve la legge sui risarcimenti e le restituzioni che in tutta Europa è stata adottata da tempo. L’ultimo emendamento voluto da Diritto e Giustizia si inserisce in questa lacuna e dichiara che nessuna decisione amministrativa può essere rovesciata dopo 30 anni. In una situazione normale sarebbe legittimo, giusto e giustificato perché tutela i nuovi proprietari, ma in realtà significa che le vittime della Shoah non hanno nessuna possibilità di riavere i loro beni o ottenere risarcimenti.

Le pressioni d’Israele hanno avuto qualche effetto su Varsavia?
Sì, il governo è contentissimo. Questo gli assicura i voti degli elettori più a destra. Perché può dire: guardate come siamo bravi contro questi ebrei che vogliono rubare i vostri beni. Kaczynski (il capo del partito di governo Diritto e Giustizia) ha bisogno di questa retorica. La sua preoccupazione è di non avere rivali alla sua destra, non gli importa di attirare gli elettori di centro. E la legge e lo scontro con Israele lo aiutano in questo. Ma non è detto che basti.

Anche se sfruttato in questo modo distorto, l’intervento d’Israele in questa vicenda rimane necessario.
Certo. Ma non con le dichiarazioni fatte dal ministro Lapid. Lui ha detto che non si tratta di soldi, ma di un insulto alla memoria delle vittime della Shoah. No, è un’affermazione stupida e sbagliata. Si tratta di soldi, si tratta di beni rubati e che bisogna restituire ai legittimi proprietari. In più, come ho detto, il problema non è l’emendamento, ma la mancanza di una legge sulla restituzione. Su questo il ministro israeliano doveva e deve fare pressione. Bisogna essere precisi e non ignorare la realtà perché altrimenti si fanno solo danni. Ma Lapid non è nuovo a questi errori. Alcune settimane fa ha criticato la decisione del governo di punire ogni dichiarazione che sosteneva che i polacchi non hanno avuto nulla a che fare con la Shoah. Certamente falso, ci sono stati polacchi che hanno collaborato e che sono stati responsabili di crimini nella Shoah. Ma non si può dire, come ha fatto Lapid, che i campi di concentramento nella Polonia occupata erano polacchi. Erano nazisti.
Aggiungo che un cosa buona però Lapid la sta facendo.

Quale?
Ha affermato che rivedrà la dichiarazione congiunta firmata nel 2018 dall’ex Premier israeliano Benjamin Netanyahu e dal Premier polacco Mateusz Morawiecki. Una dichiarazione che conteneva delle falsità storiche. In cui si diceva che non si può accusare la Polonia o la nazione polacca di essere stata coinvolta nella Shoah. E in cui si mettevano sullo stesso piano i sentimenti antipolacchi e l’antisemitismo. Certo ci sono pregiudizi contro i polacchi, ma c’è una bella differenza con l’antisemitismo che ha causato sei milioni di morti. Non si possono firmare queste bugie.

Il mondo ebraico polacco come risponde a tutto questo?
Sfortunatamente, come abbiamo visto, la politica israeliana non chiede il nostro consiglio. Però non chiede nemmeno a chi un po’ la Polonia la conosce. E questo fa paura. D’altra parte il clima sociale da noi si sta avvelenando pesantemente. Abbiamo avuto varie manifestazioni di nazionalisti no vax che urlavano lo slogan “abbasso l’occupazione ebraica”, perché pensa che dietro la pandemia ci siano gli ebrei. Sono una fetta marginale, alcune migliaia di persone, ma prima che Diritto e Giustizia arrivasse al potere, una cosa del genere non poteva succedere. Come ebrei, è chiaro che non possiamo contare sul governo per reprimere questa rinascita di un antisemitismo aperto e militante. Questo ovviamente fa paura. Siamo una piccolissima realtà che vive tra l’indifferenza del governo polacco e l’ottusità della politica israeliana. Difficile sapere dove cercare appoggio.

 

Daniel Reichel per Moked/Pagine Ebraiche

Interesse geografico: