In presenza e a distanza: come stiamo cambiando?

Il Sinodo ha iniziato una riflessione dedicata all’incidenza del Covid nelle chiese

Come ci ha cambiato il Covid? Anzi, come sta continuando a cambiarci? Come influenzerà il nostro modo di vivere la fede? Come ha influito sulle nostre chiese, ma anche sulle altre e anche sulle altre fedi religiose? Intorno a questi interrogativi si è sviluppata una bella discussione nel pomeriggio della domenica, nell’ambito della “vita della chiesa” del Sinodo valdese e metodista, che ha appena nominato Valdo Spini e Marco Fornerone rispettivamente presidente e vice del seggio che conduce i lavori. Lo spunto la Commissione d’esame, che “istruisce” i lavori sinodali, l’ha trovato in una serie di domande poste nell’autunno del 2019 dalla Tavola valdese. Nessuno immaginava all’epoca, ovviamente, a che cosa saremmo andati incontro, ma quelle riflessioni erano e rimangono attuali.

Si trattava, due anni fa, di cominciare a pensare a quali delle strutture organizzative e funzionali delle nostre chiese siano da ripensare (perché pensate in epoca di numeri diversi nella consistenza delle chiese) e quali invece rimangano irrinunciabili. Ora la Commissione d’esame ha ritenuto che questi interrogativi ricevessero nuovi spunti proprio da questa situazione di emergenza, venendone aggiornati: forse qualcosa potrà servire anche quando l’emergenza stessa – speriamo – sarà stata superata e nell’intendimento della Commissione stessa, si esprime l’esigenza di una visione di lungo periodo, una nuova prospettiva da ricercare per la vita di fede di singoli e comunità.

Dal dibattito sono emerse chiaramente due linee, che non bisogna interpretare come se fossero alternative: una tendenza sottolinea con gratitudine i benefici che le nuove tecnologie e strumenti informatici hanno fornito, venendo a sopperire alla presenza fisica ai culti e alle riunioni, ai catechismi e agli studi biblici, addirittura consentendo che potessero seguire gli eventi persone impossibilitate per problemi personali di mobilità a essere presenti, oppure persone di altre località. Un’altra tendenza, invece, vede la pur utile pratica di culti e altri eventi telematici come legata solo all’emergenza, sottolineando che nulla potrà mai sostituire il contatto umano, di persona, la fisicità dei locali di culto.

In realtà l’elemento più bello e produttivo di questa discussione, non breve e destinata a riprendere (il Sinodo ha infatti votato la costituzione di una commissione ad hoc che riferirà nel prosieguo dei lavori), sta nel fatto che nessuno degli interventi riconducibili all’una o all’altra tendenza ha negato le ragioni della tendenza opposta. Cioè a dire: chi lamenta la non-fisicità delle piattaforme informatiche non nega che proprio a queste ci siamo aggrappati come a un salvagente. Al tempo stesso non si ritiene che esse siano la panacea per tutti i motivi di sofferenza delle chiese, e questo lo riconosce anche chi le ha utilizzate con profitto.

Altri motivi, estranei al Covid, erano già presenti nei dibattiti degli ultimi anni, ed erano stati segnalati da indagini statistiche, approfondimenti sociologici: quando l’emergenza sarà alle nostre spalle sarebbe opportuno ripartire da lì, come si stava facendo a più livelli, chiedendosi su che cosa sia urgente intervenire, dai linguaggi ai meccanismi di funzionamento della macchina chiesa e alle strutture intermedie che, nonostante tutto, nonostante restrizioni e lutti, hanno fin qui continuato a rendere visibile la realtà delle singole comunità e della chiesa tutta.

 

Foto di Matteo Ficara

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