La “cattiva educazione”

Una recente inchiesta nel Regno Unito mette in luce il tema degli abusi sui minori in molte organizzazioni e strutture religiose, e le esorta a migliorare, proprio in virtù del loro ruolo educativo

Ai primi di settembre, la ricerca indipendente sugli abusi sessuali sui bambini nel Regno Unito (Iicsa, Independent Inquiry into Child Sexual Abuse) ha diffuso un rapporto sulla protezione dell’infanzia da tali abusi (e non solo) nelle organizzazioni e strutture religiose. Istituita dal governo e coordinata dal prof. Alexis Jay, è nata dalla preoccupazione che in alcune organizzazioni si continua a non proteggere i bambini dagli abusi. Il lavoro è cominciato nel marzo 2020, ma è stato rallentato dai lockdown e dall’emergenza Covid-19. Nonostante questo, la commissione ha effettuato lo scorso anno 15 udienze pubbliche con le testimonianze delle vittime, e al termine ha formulato delle raccomandazioni per aiutare a proteggere meglio bambini e adolescenti.

Le raccomandazioni finali del rapporto possono essere sintetizzate in questo modo: 1) la necessità che tutte le organizzazioni religiose attuino una politica di protezione dei minori e procedure di supporto; 2) che il governo modifichi la definizione di “istruzione a tempo pieno” in modo da far rientrare in questa categoria tutta una serie di “scuole complementari” non registrate, che attualmente sfuggono al controllo dell’Office for Standards in Education, Children’s Services and Skills (Ofsted).

Trentotto comunità e organizzazioni religiose sono state coinvolte, tra quelle con una «presenza significativa» in Inghilterra e Galles, incluse denominazioni cristiane non conformiste, metodisti, battisti, Testimoni di Geova, musulmani, ebrei, sikh, indù e buddisti. Ricordiamo che analoghe indagini e relativi rapporti sono già stati dedicati dalla Iicsa alla Chiesa cattolica e a quella anglicana.

Quest’ultimo rapporto (che si può leggere e scaricare qui) evidenzia il peso che queste organizzazioni hanno avuto e hanno su milioni di bambini e adolescenti, un “peso” accresciuto dalla portata educativa e formativa che esse dovrebbero avere, in particolare nell’orientare i più giovani sulla distinzione tra bene e male, giusto e sbagliato, e dalle figure di leader che per i ragazzi sono spesso un punto di riferimento molto forte. Da questa premessa si può immaginare quale sia l’impatto di qualsiasi forma di abuso (psicologico, fisico o sessuale) o di «turpitudine morale» nella mancata prevenzione o contrasto, come evidenzia il rapporto.

Pur riconoscendo che «al momento non ci sono prove precise e affidabili sull’entità degli abusi sessuali all’interno di organizzazioni e ambienti religiosi», e che le stesse statistiche giudiziarie sottostimano il fenomeno, non ci sono dubbi che quest’ultimo riguardi «un’ampia gamma di contesti religiosi».

Qui, più che altrove, giocano un ruolo determinante alcune “barriere”: concezione dei rapporti familiari (e dell’”onore” familiare), visione della sessualità, potere/carisma di alcuni leader religiosi, disparità di genere, sfiducia negli organismi governativi, distorsione di alcuni principi (per esempio il concetto di perdono).

La ricerca fornisce diverse indicazioni su che cosa fare per tutelare i minori, ricordando che esistono già linee guida (sebbene non vincolanti) come il documento Working Together to Safeguard Children (“Lavorare insieme per proteggere i bambini”) del Dipartimento dell’Istruzione, oppure il DBS (Disclosure and Barring Service), che sempre a livello governativo fornisce indicazioni sulle persone ritenute non adatte a lavorare con categorie vulnerabili come i bambini.

La maggior parte delle realtà religiose esaminate prevede procedimenti disciplinari per i propri dipendenti (alcune anche per volontari e collaboratori) in caso di accuse, però spesso non ha servizi di sostegno e terapia “professionali”; alcune sono ben organizzate per rispondere ai casi di abuso, altre dispongono di un servizio pastorale per le vittime. Poche compiono un lavoro di controllo interno organizzato.

La Chiesa metodista, in seguito alla pubblicazione del rapporto ha risposto con un comunicato stampa in cui il segretario della Conferenza metodista, il pastore Jonathan Hustler, ha dichiarato la propria gratitudine per questo report, e il dispiacere per le mancanze verificatesi anche nelle proprie chiese.  Rispetto alle raccomandazioni del rapporto, ricorda che nella Chiesa metodista inglese esistono una politica e procedure, e assume l’impegno ad aggiornarle alla luce del rapporto Iicsa: «Continueremo a revisionare e migliorare il nostro supporto alle vittime e ai sopravvissuti e ci scusiamo se le cose non sono andate come avrebbero dovuto. Siamo grati al gruppo di lavoro per avere riconosciuto la pratica positiva di protezione dei minori nella Chiesa, inclusi i nostri processi per un reclutamento e controllo interno più sicuri». Hustler cita anche il Survivors’ Advisory Group, il gruppo consultivo dei sopravvissuti, le cui testimonianze e supporto hanno aiutato molto a migliorare la risposta della chiesa, perché come concludeva il rapporto Iicsa, il lavoro di protezione dei minori deve essere sempre «focalizzato sulle vittime».

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