Felice Israel, studioso di lingue semitiche antiche

Scomparso a 70 anni, aveva insegnato anche alla Facoltà valdese di Teologia

È scomparso a soli 70 anni Felice Israel, professore associato di filologia semitica alla Facoltà di lettere dell'Università di Genova; per molti di noi un amico di vecchia data. Nel 1973, forse l’anno prima, venne da Trieste, sua città natale, dove ora riposa, a completare i suoi studi all’Università di Roma La Sapienza, sotto la guida del prof. J. Alberto Soggin. Fu lui a indirizzarlo al Convitto della Facoltà valdese, dove venne ad abitare. Si laureò nel 1976 con una tesi sulle iscrizioni degli ammoniti. Questo lavoro preludeva a una incessante attività di ricerca e di pubblicazione sulle lingue semitiche antiche: oltre all’ammonita, il moabita, l’edomita, l’aramaico, il fenicio, il paleo-ebraico…

Le sue ricerche furono sostenute da prolungati soggiorni di studio all’estero, a esempio a Parigi, al Collège de France e alla École Pratique des Hautes Études, o a Londra, all’University College e sfociarono anche nella costituzione di una cospicua biblioteca personale. I suoi interessi, senza abbandonare il legame con la filologia, la linguistica e l’epigrafia, si aprirono progressivamente a tematiche storico-religiose e alla storia della disciplina, con studi a esempio su Georg Heinrich August Ewald, Graziadio Isaia Ascoli e Giorgio Levi della Vida.

Dal 1978 al 1984 impartì l’insegnamento di ebraico biblico elementare alla Facoltà valdese di Teologia, affiancandovi dal 1980 un corso di ebraico avanzato, allora facoltativo, oggi obbligatorio nel secondo anno del corso di laurea in Teologia.

Fino alla fine, Felice ha non solo mantenuto, ma coltivato, molti dei legami che aveva stabilito con il nostro mondo, in primis con il prof. Soggin, che fu per lui un riferimento costante, e non solo sul piano scientifico, anche nella dialettica delle posizioni... Non mancava mai – a ogni nostro incontro e nelle nostre frequenti telefonate – di dire: «Come vanno le cose in Facoltà? Ci sono novità?» e di chiedere notizie di persone, un tempo suoi “commilitoni” o anche allievi. Erano per lui parte di un tempo che voleva continuamente rinvangare, sollecitandone il racconto, e di un mondo in cui si era trovato a casa e che ora avverte il vuoto della sua presenza.

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