Leggere l’umanità con l’intelligenza artificiale

Un nuovo studio apre le porte all’impiego dell’intelligenza artificiale anche in ambito archeologico, ma quale spazio lascia alla complessità umana?

Apprendimento di lingue straniere, dispositivi di sicurezza stradale e previsione di pandemie. Questi sono solo alcuni dei nuovi campi di applicazione dell’intelligenza artificiale in ambito scolastico, di trasporti e medico, ma se ne potrebbero elencare altri ancora. Quello dell’IA è un settore in divenire, in continua evoluzione, che può potenzialmente andare a influire su pressoché tutte le attività umane, da quelle quotidiane a quelle meno comuni.

In linea generale, lo sviluppo di un’intelligenza artificiale prevede lo studio di teorie e tecniche che consentono la progettazione di sistemi in grado (apparentemente) di agire secondo canoni che ad un osservatore esterno potrebbero apparire tipici dell’azione umana. Si potrebbe poi ulteriormente puntualizzare che il grado di “umanità” attribuibile all’azione compiuta da un’IA può dipendere dal settore in cui viene impiegata.

L’intelligenza artificiale non è certamente una novità nel campo della ricerca e dell’informatica: da diversi anni si parla dello sviluppo di sistemi sempre più avanzati e dei possibili rischi connessi ad alcune applicazioni. Al di là di alcune visioni che possono apparire catastrofiste (per quanto realistiche), in alcuni ambiti l’impiego di intelligenze artificiali è oggetto di discussione e può generare alcuni dubbi.

Il 3 settembre 2021 è stato pubblicato sulla rivista IEEE access un articolo dal titolo A Deep Learning Approach to Ancient Egyptian Hieroglyphs Classification, traducibile con “Un approccio di apprendimento profondo per la classificazione di geroglifici egizi”. Ciò che i ricercatori dell’Istituto di fisica applicata “Nello Carrara” del Consiglio Nazionale delle Ricerche, del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Firenze ed il Centro studi CAMNES, responsabili dello studio, hanno rilevato è che l’apprendimento profondo basato su reti neurali artificiali può essere impiegato nella classificazione della scrittura egizia geroglifica.

Quello archeologico è un campo ancora poco sondato da strumenti digitali di questo tipo (soprattutto in Italia), e la notizia sembra poter gettare nuove basi per lo studio di società antiche. L’idea di poter applicare strumenti in grado di apprendere, classificare e riportare, sotto forma di dati, i risultati delle analisi compiute può fare molta gola nel mondo della ricerca, soprattutto in un momento storico in un cui si fa sempre più pressante la necessità e la richiesta di multidisciplinarietà.

Ci sono però dei punti in sospeso che non sono da tralasciare, primo tra tutti il problema dello spazio che strumenti di questo tipo possono lasciare ai ricercatori stessi: si potrebbe infatti correre il rischio di far compiere tutto il “lavoro sporco” al software per poi fruire dei dati da esso elaborati prendendoli come dati in sé. In un ambito come quello storico-archeologico bisognerebbe invece sempre tenere conto del fatto che l’umanità in ogni tempo e in ogni luogo è fatta di una complessità che solo in parte può essere convertita in dato analitico. Da qui il bisogno di ampio spazio per il ricercatore per l’interpretazione dei reperti, delle scritture in questo caso, proprio alla luce di questa complessità.

È innegabile l’importanza dell’apporto che strumenti come l’intelligenza artificiale in tutte le sue articolazioni potrebbe riservare anche a diversi settori delle cosiddette “scienze umanistiche”, ed è quindi da rigettare un certo atteggiamento quasi luddista che permea alcuni ambienti della ricerca. Come sottolineano gli stessi autori, la speranza è che questo studio possa aprire le porte ad una nuova e stabile collaborazione tra comunità di ricercatori apparentemente così diverse, ma che devono oggi più che mai entrare in dialogo per costruire il futuro degli studi sull’umanità del passato e del presente.

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