Lavori di pubblica utilità in enti culturali: dubbi sull’accordo tra ministeri

Una convenzione stilata dal Ministero della Giustizia e Ministero della Cultura prevede l’impiego di persone detenute presso istituzioni culturali italiane, mentre operatori e operatrici del settore rimangono in un limbo occupazionale

Martedì 2 novembre 2021 il Ministero della Giustizia e quello della Cultura hanno sottoscritto un accordo che prevede lo svolgimento da parte di detenuti di lavori di pubblica utilità presso musei, parchi archeologici e biblioteche. Rientrano in questo accordo gli imputati maggiorenni che possono beneficiare della sospensione del procedimento di detenzione con messa alla prova.

La convenzione tra i due ministeri ha valore su tutto il territorio nazionale, e arriverà a coinvolgere 102 persone private di libertà, che verranno impiegate in 52 istituzioni culturali da nord a sud. Queste comprendono, tra gli altri, gli Archivi di Stato di Roma e di Milano, la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, il Parco archeologico dei Campi Flegrei e i Musei Reali di Torino (l’elenco completo dei siti interessati si può trovare a questo link).

Già in passato erano state portate avanti iniziative di questo tipo, basti pensare alle convenzioni siglate con enti pubblici e privati come Croce Rossa, Legambiente, Fai e molti altri a partire dal 2014. Secondo i dati del ministero della Giustizia, al 15 ottobre 2021 le persone “messe alla prova” erano 23.705. La novità in questo caso sta nel nuovo rapporto che va ad instaurarsi tra ministero della Cultura e quello della Giustizia.

I responsabili dei due dicasteri coinvolti, Marta Cartabia e Dario Franceschini, hanno espresso profonda soddisfazione per il risultato. Secondo la titolare della Giustizia questo strumento porta con sé notevoli vantaggi, innanzitutto per il sistema della giustizia: si snellisce il lavoro dei tribunali, si dà sollievo agli istituti di detenzione ancora troppo affollati e si evita in alcuni casi il passaggio nelle stesse strutture detentive. Un approccio simile potrebbe aiutare a stimolare la crescita di una cultura della pena come riparazione nei confronti innanzitutto della comunità. Andando a scomodare la Costituzione, all’articolo 27 comma 3 si legge che «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Lo svolgimento di lavori di pubblica utilità in istituzioni culturali potrebbe andare proprio in questa direzione, con un reinserimento nella comunità che si svolge parallelamente ad un processo educativo. Eppure, non sembra che l’approccio voglia essere così organico. Secondo il ministro della Cultura Dario Franceschini musei, archivi e biblioteche sono «luoghi della bellezza» (definizione che peraltro snatura il ruolo di ricerca, tutela, fruizione che viene svolto in tali istituzioni), e la semplice permanenza di persone “messe alla prova” in tali luoghi potrà giovare loro.

Alcune associazioni che si occupano della tutela dei lavoratori e delle lavoratrici in ambito culturale hanno inoltre sollevato alcune perplessità, che ad ora non trovano una risposta. Occorre infatti tenere in considerazione il fatto che il comparto cultura è stato uno dei più colpiti dalla crisi economica aggravata dalla pandemia: secondo il report Io sono cultura stilato da Fondazione Symbola e Unioncamere e presentato lo scorso agosto, nel 2020 si sono registrate notevoli perdite dal punto di vista economico e occupazionale che non hanno ricevuto compensazioni sufficienti, malgrado si tratti di un settore che rappresenta circa il 5,9% dell’occupazione complessiva in Italia.

Il timore è quindi che oggi con la stipula dell’accordo per permettere ai detenuti di svolgere lavori di pubblica utilità presso enti culturali si voglia tentare di compensare una mancanza di lavoratori e lavoratrici (peraltro pressoché strutturale anche in periodi pre-pandemici), fungendo quindi da “tappabuchi”. Tutto ciò andrebbe a discapito delle centinaia di persone dotate di titoli di studio e costrette al precariato se non alla disoccupazione dalla mancanza di investimenti, concorsi e bandi pubblici.

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