La giustizia riparativa di Dio

Un giorno una parola – commento a Geremia 10, 24 

Signore, correggimi, ma con giusta misura; non nella tua ira, perché tu non mi riduca a poca cosa!
Geremia 10, 24 

Dio non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo
I Tessalonicesi 5, 9

La traduzione interconfessionale in lingua corrente (Tilc), riprendendo la versione greca dei LXX, rende così il nostro versetto: «Correggi il tuo popolo, Signore, ma non essere troppo duro con noi. Non trattarci con ira: per noi sarebbe la fine!». Per chi prega dunque il profeta? Per se stesso, oppure per il popolo? In realtà non fa differenza, perché «Geremia, sebbene profeta, parla lo stesso linguaggio del suo popolo, prega la stessa preghiera, esprime lo stesso lamento del più umile fra i credenti del suo popolo. Nel linguaggio della sua preghiera il profeta si dichiara uno in mezzo agli altri. Si fa il porta-parola del suo popolo presso Dio» (Henry Mottu, Geremia: una protesta contro la sofferenza, Claudiana, Torino 1990, pag. 19).  

Per questo, proprio lui che non risparmia le critiche al popolo d’Israele, lui che nel capitolo precedente esprime il desiderio di trovare un rifugio nel deserto per poter abbandonare il suo popolo «perché sono tutti adulteri, un’adunata di traditori» (9, 2) ora, di fronte all’incombere del castigo divino, invoca attenuanti per il popolo («Nessuno sa scegliere la giusta via, nessuno sa decidere bene per la propria vita», 10, 23 Tilc) e, senza osare chiedere una sentenza assolutoria, prega almeno che il giusto castigo avvenga «con giusta misura». Letteralmente, Geremia prega che la correzione avvenga ma con mishpat, ovvero con giustizia, giudizio, equità. Spiega André Aeschimann: «Qui appare il contrasto tra due nozioni di giustizia: la nozione della giustizia severa che picchia forte, addirittura brutalmente, senza tener conto di nient’altro che la stretta equità. E quella della giustizia più alta, in fondo più giusta, che comprende, che tiene conto delle circostanze attenuanti, che fa attenzione, nella sua indignazione, a non superare l’obiettivo, e che non vuole annientare ma salvare. È questa giustizia che, secondo i più grandi profeti, è la giustizia di Dio (Le prophète Jérémie, Delachaux & Niestlé, Neuchâtel 1959, pag. 94). Una giustizia che oggi, in termini laici, definiremmo una «giustizia riparativa», e non punitiva.

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