Rifugiati di serie A, rifugiati di serie B

L’approccio degli Stati occidentali alla crisi umanitaria scatenata dalla guerra in Ucraina mette in luce un atteggiamento ambiguo e una minore attenzione alle vittime di guerre non europee

Dai primi giorni dell’attacco russo sull’Ucraina, la popolazione civile si è messa in marcia per fuggire dal Paese colpito dai bombardamenti. Sono state soprattutto le città a pagare il prezzo più alto da questo punto di vista, con molti edifici civili, tra cui anche ospedali e scuole dell’infanzia, abbattuti o ridotti in macerie dai missili.

Secondo l’UNHCR, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, la situazione in Ucraina è entrata al livello 3 di emergenza umanitaria, il grado massimo della scala. La situazione nel Paese era già in parte critica prima dei recenti avvenimenti, con circa 3 milioni di persone bisognose di assistenza. Oggi ammonta a circa un milione il numero di persone in movimento verso i Paesi confinanti.

Si è quindi subito delineata la necessità di intervenire rapidamente per consentire a tutte le persone in cerca di un rifugio di trovare riparo nei confini europei. In questi giorni convulsi, l’Unione europea ha messo sul tavolo un piano per attivare la cosiddetta “protezione temporanea” per le persone in fuga dalla guerra, grazie a questo meccanismo introdotto nel 2001 potranno ricevere uno status giuridico di rifugiati riconosciuto in tutta l’Ue. Si tratta di passi importanti, che marcano la volontà dell’Europa di agire unita e compatta dopo anni di divisioni e spaccature interne. Di fronte alle persone in fuga dalle bombe russe, gli Stati membri del blocco europeo prendono un impegno fondamentale, quello di garantire il diritto a vivere, lavorare e ad accedere all’assistenza sanitaria, oltre che all’istruzione, mettendo provvisoriamente da parte le lunghe procedure per la richiesta di asilo.

Emergono però alcuni interrogativi riguardo l’applicazione di questo strumento oggi. Già alcuni giorni fa testate internazionali come Al Jazeera mettevano l’accento su un doppio standard applicato dagli Stati occidentali per i sostegni alle popolazioni colpite da conflitti. Dopo l’inizio dell’invasione russa i Paesi occidentali si sono mossi rapidamente per fornire sostegno della popolazione ucraina, fenomeno visto molto raramente nell’ambito, ad esempio, dei conflitti medio orientali. Secondo alcuni osservatori questo atteggiamento può essere sintomatico di una più o meno inconsapevole disumanizzazione delle persone non europee all’interno dei media più diffusi: chi è “più umano”, più vicino agli standard culturali ed esteriori di chi fornisce le informazioni, riceve più attenzioni rispetto a popolazioni civili altrettanto vessate dalle guerre ma che sono considerate più distanti.

Questo razzismo sotteso emerge anche ai confini della Polonia. Sebbene in questi giorni venga talvolta dipinta come uno Stato pronto ad accogliere chiunque tenti di attraversare i valichi di frontiera provenendo dall’Ucraina, sul campo si sono verificati numerosi respingimenti di persone non bianche. In alcuni casi, gruppi nazionalisti polacchi hanno aggredito e maltrattato gruppi di persone identificate non corrispondenti a standard europei dal punto di vista fisico, ma che stavano fuggendo dai bombardamenti russi esattamente come gli altri cittadini ucraini. La polizia polacca ha lanciato un allarme riguardo a notizie false messe in circolazione da parte di gruppi di estrema destra su presunti crimini commessi da persone provenienti da Africa e Medio Oriente in fuga dalla guerra in Ucraina. La Polonia, solo pochi mesi fa, ha bloccato per settimane centinaia di persone (tra cui molti minori) nelle foreste al suo confine con la Bielorussia, e la situazione, come si poteva ben immaginare, non si è risolta con la costruzione di un muro. 

L’interrogativo che sorge oggi è se mai ci si potrà accorgere che occorre rifiutare ogni idea di guerra, non le persone in fuga dalle bombe, da ovunque provengano.

 
Foto di Naz gul

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