Sguardi sul cinema egiziano contemporaneo

Dallo sguardo di Verdi ai registi contemporanei: in una rassegna l’Egitto si racconta da sé

Quattro sguardi sul cinema egiziano contemporaneo: si basa su questo la rassegna omonima che inaugura oggi a Torino al cinema Romano e che viaggia parallela alla mostra “Aida figlia di due mondi”, che il Museo Egizio di Torino dedica ai 150 dell’opera di Giuseppe Verdi. L’Aida è un’opera particolare, che rappresenta un unicum nella storia della musica: fu infatti commissionata dal viceré d’Egitto, Ismail Pascià, che destinò un compenso altissimo a Verdi per comporre un’opera lirica, in lingua italiana, ambientata al tempo dei faraoni. L’opera non ebbe una prima, bensì due: al Cairo il 24 dicembre 1871 e a Milano l’8 febbraio 1872.  

Lo sguardo sull’Egitto di 150 anni fa è molto diverso da quello che possiamo avere oggi, sebbene innegabilmente rimanga una certa patina colonialista, da parte occidentale, che riguarda non solo l’Egitto, ma l’intero continente africano.

«Parlare di Africa è troppo generico perché all’interno del continente ci sono molte realtà diverse» ricorda Giuseppe Gariazzo, critico cinematografico che ha curato la rassegna “Sguardi del cinema egiziano contemporaneo”. Il pubblico, anche attraverso questa rassegna, può scoprire un Egitto non mitizzato e stereotipato: «Fortunatamente da lungo tempo - continua Gariazzo - da quando sono finite le colonizzazioni europee, tra gli anni ‘50 e ‘60, e sono nati tanti cinema africani, la storia si è cominciata a raccontarla dall’interno, dal punto di vista di cineasti africani. Ogni volta che oggi c’è una rassegna o un festival che si confronta con quello che accade in quel continente, è sempre importante perché rappresenta un pezzo in più, un tassello che va a togliere quello sguardo colonialista che ci si porta dentro ed è ancora troppo presente».

Il cinema egiziano è storicamente uno dei più importanti del continente, lo è stato da più di 100 anni: ha attraversato delle fasi fondamentali, è stato chiamato dagli ‘30 agli anni ‘50 la Hollywood sul Nilo. «Oggi è molto cambiato, è molto libero dagli studi, va spesso in strada, come capita in altre cinematografie, a raccontare cosa succede nel paese. I quattro film che ho scelto vogliono rappresentare quattro sguardi e quattro modi di fare cinema differenti» dice Gariazzo. Saranno proiettati film di due registi e due registe, non tanto per una questione di parità di genere ma per fornire degli sguardi plurali e far capire quanto anche le cineaste in questi anni in Egitto abbiano un ruolo molto importante.

«Il primo è As I want, di Samaher Alqadi, una regista palestinese che vive in Egitto. Il suo è un documentario molto potente su quello che è accaduto dopo la rivoluzione del 2011, in particolare dal 2013 in poi quando, in piazza Tahrir, la piazza simbolo delle manifestazioni, molte donne sono state aggredite e violentate. Lei focalizza l’attenzione di questo suo film, un documentario in prima persona, su questo argomento. Lo fa parlando di sé, che era incinta in quel periodo, della sua famiglia e di tutte le donne e uomini che hanno vissuto quell’esperienza. Si tratta dell’unico documentario della rassegna

Sarà proiettato Souad di Ayten Amin che racconta la relazione tra due sorelle, una delle due suicida. Si tratta di una ragazza dipendente dai social e la sorella, alla sua scomparsa, decide di capire meglio cosa sia accaduto e chi fosse questa giovane donna. È interessante perché la regista che è nata ad Alessandria ha ambientato questo film sul delta del Nilo, quindi fuori dal Cairo, dalla capitale. 

Così come in una regione periferica è ambientato il film Brooks, Meadows and Lovely Faces di Yousry Nasrallah che è ad oggi l’autore più importante e significativo del cinema egiziano degli ultimi 30 anni. Si è formato alla scuola di Youssef Chahine, il cineasta egiziano più conosciuto a livello internazionale, quantomeno dagli anni ‘50 in poi. Nasrallah, che dagli inizi degli anni ‘90 ha iniziato a intraprendere la sua  carriera di regista, è rimasto fedele a questa tradizione di cinema popolare e al tempo stesso d’autore.È un film molto diverso dagli altri tre, che ci da un’idea di come ancora oggi il cinema egiziano possa tenere insieme in un film la commedia, il musical, il melodramma, il realismo: tutti quegli elementi che l’hanno reso punto di riferimento nella storia del cinema, ambientando questo film in una regione dell’Egitto dove viene raccontata la vita di un villaggio.

Va invece a riprendere i fili di quello che è accaduto in anni recenti Clash di Mohamed Diab. Un film davvero potente, tutto girato all’interno di un blindato della polizia. Siamo anche qui nell’estate del 2013, quando c’è la caduta del regime di Hosni Mubārak, e quando viene destituito il presidente islamista Muḥammad Mursī, che era comunque stato democraticamente eletto, e scoppiano altre manifestazioni di piazza. Molta gente viene arrestata e tra questi alcuni vengono messi in questo furgone della polizia e costretta per tutto il tempo del film a coabitare. Si tratta di personaggi molto diversi per estrazione sociale, politica e religiosa che si trovano a confliggere in quel luogo ristretto di prigionia. Il film diventa quindi, attraverso questa metafora del blindato della polizia, il microcosmo di una società con tutte le sue diversità e contraddizioni».

La rassegna si conclude il 29 aprile qui è disponibile tutto il programma con le date delle proiezioni.

 

 

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